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Boris Johnson non è un populista. Il feeling con gli Usa 2.0 ricorda la stagione Reagan - Thatcher

E’ bastato un solo round per il k.o. tecnico. Il faccia a faccia televisivo tra Boris Johnson e Jeremy Hunt, i due contendenti alla leadership del Partito conservatore - e di conseguenza alla carica di Primo Ministro del Regno Unito - ha reso evidente quello che già da tempo era considerato ineluttabile. L’ascesa di Boris Johnson ha ormai il sapore di Tina (There Is No Alternative), e in settimana, al termine dalla consultazione Tory, per l’ex Foreign Secretary, dopo il rituale passaggio a Buckingham Palace, si apriranno le porte di Downing Street. Dunque, si è fatta chiarezza su una vicenda che da partita a scacchi stava trasformandosi nel gioco dell’oca. Londra lascerà l’Ue nel giorno di Hallowen, il prossimo 31 ottobre, e lo farà, presumibilmente, senza accordo. D’altra parte, a dispetto della narrazione, il seducente old Etonian è l’uomo giusto per consegnare hard Brexit. L’ex Sindaco di Londra, si presenta alla base Tory con un patrimonio di coerenza, in una fase in cui è necessario ricostruire la credibilità della politica. Boris infatti è stato un sostenitore instancabile e appassionato dell’uscita dall'Unione europea fin da quando era ancora un'idea fuori moda e visionaria. E come sindaco di Londra, ha sfidato l'appello del primo ministro David Cameron a schierarsi in favore della campagna "Remain" trasformandosi nel campione di "Vote Leave". E ancora, esattamente un anno fa, ha messo di nuovo in gioco la sua carriera politica per la causa Brexit quando, insieme a David Davis e Steve Baker, si è dimesso dal governo in disaccordo con la proposta Chequers di Theresa May. Per Boris Johnson, la Brexit è una vicenda assai grande. Molto più grande di quella che viene raccontata dalla maggioranza dei media, soprattutto i media italiani. Questi ultimi parrebbero aver del tutto incompreso l’altra metà dell’operazione Brexit, mancando di scorgere le ragioni economiche e le alleanze geopolitiche che il Regno Unito persegue in conseguenza di una decisione così epocale e tanto scomoda da interpretare. La Brexit è una visione alternativa al Nuovo (Dis)Ordine Mondiale, e nasce dall’intenzione della fazione euroscettica inglese di rispondere all’instabilità globale, rifocalizzando l’economia britannica su shadow banking, fintech, finanza alternativa, energia e commodities; e spostando l'asse geopolitico dell'Uk in direzione Commonwealth. Mentre emerge il G2 (Usa vs Cina), la Brexit è una chiara suggestione G3 (Usa/Cina/Commonwealth). Il disegno, mai completamente abbandonato, di fare di Londra la nuova Singapore dell’Atlantico, rendendo così Londra il terminale di una immaginativa rotta commerciale alternativa alla Via della Seta ha avuto un peso determinante nelle ragioni del Leave. Del resto, per molti a Millbank, l’unica reazione possibile alla crescente forza della Germania, sostenuta dal suo surplus commerciale e dall’asse con i francesi, era quello cercare nuovi sbocchi a livello globale, e riposizionarsi tra gli Usa ad Occidente e la Cina ad Oriente, recuperando un ruolo centrale nel commercio internazionale, mettendo sul piatto il Commonwealth in alternativa agli squilibri europei e a contenimento della diplomazia infrastrutturale cinese. Il Segretario generale del Commonwealth, Lady Patricia Scotland sta infatti costruendo un modello economico inclusivo, deflattivo dei conflitti commerciali e correttivo della globalizzazione. L’ex Impero britannico, in versione 4.0, costituisce un mercato di 53 paesi, 2 miliardi di consumatori, e 10 mila miliardi di dollari di Pil. Per l’Italia, che è al centro delle 2 rotte - quella meridionale da Londra a Johannesburgh, e quella orientale da Londra a Singapore - il programma Johnson è un’opportunità. Ma è necessario avviare nuove e più intense relazioni bilaterali con il Regno Unito. Tuttavia, proprio in Italia, l’ex Sindaco di Londra sembra ancora malamente incompreso, come e più di Ronald Reagan, per tutti l’<<attore>>, e Lady Thatcher, a lungo solo <<la figlia del droghiere di Grantham>>. Politicamente, il biondo euroscettico non è un populista. Al contrario, i populisti li detesta, disprezzandone lo statalismo giacobino, il corporativismo economico e certe derive carismatiche sudamericane. Inoltre, non ritiene le forze populiste né conservative, né di destra, quanto piuttosto improvvisati movimenti politici da terza posizione, asseritamente anticomunisti, ma più pericolosamente avversi al capitalismo e al libero mercato, di cui egli intende farsi campione, a cominciare da tagli fiscali e deregulation. BoJo ha in agenda il rafforzamento della “special relationship” con Washington, e intende stipulare con l’altro grande incompreso, il Presidente Usa Donald Trump, un accordo di libero scambio modellato sul trattato USA/Canada, da lui visto come l’assetto di relazioni commerciali meglio strutturato al mondo. L’interscambio commerciale tra Washington e Toronto ammonta ad oltre 600 miliardi di dollari annui che, con uno sbilancio nell’ordine degli 8 miliardi, più o meno l’1%, assicura la piena reciprocità. Trump è in sintonia col piano: i problemi del Regno Unito sono le opportunità dell'America. Dal commercio alla sicurezza in Cina, Russia e Iran, gli Usa hanno chiare aspettative nei confronti dello speciale alleato - e una leva finanziaria maggiore per accompagnarne le scelte geopolitiche. I legami tra Johnson e Trump saranno stretti, tali da creare una sintonia non dissimile da quella tra il Presidente Reagan e Lady Thatcher durante la Guerra Fredda. Se nominato PM sarà Johnson a nominare l’Ambasciatore a Washington DC, e il Governatore della Bank of England. Sir Kim Darroch ha rassegnato le dimissioni dopo essere stato coinvolto in incidente diplomatico, allorche’ i contenuti di un cablogramma riservato, critico verso il Presidente Trump, sono finiti inspiegabilmente sulla stampa. Donald Trump ha in piu’ occasioni espresso gradimento verso la figura di Nigel Farage per il ruolo in Massachussets Avenue. Se Johnson dovesse alla fine approfittare dell’assist per compiacere il Potus, neutralizzerebbe il suo piu’ preoccupante avversario in politica interna, forte del trionfo del Brexit Party alle recenti elezioni europee. Di Mark Carney si parla come di un possible successore di Christine Lagarde alla direzione esecutiva del Fmi, ruolo per il quale concorre anche George Osborne, gia’ Cancelliere dello Scacchiere di David Cameron. Con il sostegno di Washington, DC sarà un britannico a gestire le crisi sovrane. Il piano Johnson è ambizioso quanto il suo redattore: proprio mentre sceglie di diventare periferico in Europa, il Regno Unito sembra poter acquisire maggiore centralita’ nel mondo.


Bepi Pezzulli

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Italia Atlantica - Settimanale di politica estera - Rivista Specialistica - Reg. nr. 55/2019 Trib. Roma​

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