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Il prezzo da pagare

In piena epidemia Coronavirus, mentre anche Israele è costretto ad adottare misure di emergenza atte a contenere l’epidemia, Benny Gantz, leader del partito Bianco e Blu e Avigdor Lieberman, leader di Israel Beitanu uniscono le loro forze per detronizzare il “Re” di troppe stagioni, Benjamin Netanyahu.

Non potendo contare su i propri numeri per poterlo fare sono obbligati a ricorrere alla compagine della Lista araba, terzo partito alla Knesset con 15 seggi a disposizione. Le promesse fatte durante la campagna elettorale dall’ex generale e dal coriaceo nazionalista secolarista Lieberman, di non allearsi con gli arabi, sono diventate carta straccia. Lo ha dichiarato chiaramente un maggiorente del partito Bianco e Blu, l’ex Ministro della Difesa Moshe Ya’alon, “Formeremo qualsiasi governo che faccia in modo che Netanyahu non rimanga sul trono del primo ministro. I risultati elettorali ci mettono nella posizione di scegliere quale promessa elettorale rompere. In questa situazione, la rimozione di Netanyahu è l’obiettivo principale. Non abbiamo altra scelta che fare affidamento sulla Lista araba”.

Dunque così è. L’auspicio del presidente Reuven Rivlin di mettere insieme un governo delle larghe intese in cui, a rotazione, si alternino Netanyahu e Gantz naufraga contro lo scoglio dell’indisponibilità araba, come ha detto il leader della coalizione, Ayman Odeah, lo stesso che nel non lontanissimo 2016 dichiarava stentoreo, “La nostra identità palestinese ha la precedenza sulla nostra cittadinanza israeliana. Abbiamo un interesse nazionale nel porre fine all’occupazione e vedere il ritorno dei rifugiati”. Ovvero i 5 milioni e passa moltiplicati per discendenza dall’UNRWA nell’arco di settanta anni, il cui ritorno metterebbe fine allo Stato ebraico.

L’aprile scorso Avigdor Lieberman usò come pretesto per rompere con Netanyahu e avviare Israele alla sua seconda tornata elettorale, il rifiuto degli ebrei ortodossi al governo nei riguardi della sua proposta di incrementare il numero dei giovani religiosi al servizio militare, ma oggi è assai disponibile ad allearsi con i nazionalisti palestinesi e i filo terroristi di Balad, (una delle quattro fazioni che compongono la Lista araba), pur di togliere di mezzo Netanyahu.

E’ infatti questo l’unico scopo che preme alla maggioranza allargata di un eventuale governo in fieri con appoggio esterno arabo, e inevitabilmente anche della più estrema delle sue fazioni, Balad, partito per il quale Israele dovrebbe lasciare interamente in mano araba la Giudea e la Samaria (Cisgiordania), rimuovere la barriera di sicurezza e, naturalmente, inondare Israele di “rifugiati”.

Pur di avere i 61 voti necessari a formare un governo che esautori Netanyahu, tutto questo diventa marginale. Moshè Ya’alon docet. Gli arabi si terranno poi a bada una volta formato e così le loro istanze. Peccato che senza la stampella della Lista araba il governo Gantz-Lieberman-Odeah non potrebbe mai vedere la luce. E, inevitabilmente, una volta che ottenesse la maggioranza comincerebbero i problemi gravi. Come, declinare, infatti, la politica estera israeliana, soprattutto con il proprio principale alleato, gli Stati Uniti, proponenti un piano di pace che garantisce a Israele l’annessione di buona parte degli insediamenti in Giudea e Samaria, e sul quale la Lista araba, per bocca del “moderato” Odeah, ha speso parole di fuoco? E come gestire la funzionalità della Legge Base di Israele votata nel 2018, che statuisce l’ebraicità dello Stato e che la Lista araba giudica “razzista”?, per tacere di altre questioni fondamentali, al primo posto quella relativa all’ebraicità e alla sicurezza dello Stato. Tutto ciò scompare dalla scena di fronte a quello che Moshe Ya’alon, ha definito “L’obbiettivo principale”.

E che lo sia lo testimoniano, se ce ne fosse bisogno, le tre proposte di legge che ad apertura della Knesset sono state presentate dai solerti Gantz e Lieberman.

La prima ha come scopo quello di limitare il primo ministro a due mandati. Avendo Netanyahu servito già quattro mandati, sarebbe fuori gioco. La seconda ha quello di impedire a chiunque sia oggetto di indagini di potere servire come primo ministro, la terza di impedire a un legislatore rinviato a giudizio di formare un governo. Tre precise  leggi contra personam e rigorosamente post elettorali. Annunciarle prima non sarebbe stato opportuno, come non lo sarebbe stato dichiarare che per raggiungere “l’obbiettivo” ci si sarebbe alleati con dichiarati nemici dello Stato.

Il governo della svolta, quello che dovrebbe nascere guidato da un ex Capo di Stato Maggiore, è dunque questo.


Niram Ferretti

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Italia Atlantica - Settimanale di politica estera - Rivista Specialistica - Reg. nr. 55/2019 Trib. Roma​

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