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Il rebus delle elezioni di Istanbul

di Daniel Pipes

Washington Times

June 25, 2019

Traduzione a cura di Angelita La Spada


Introduzione: Questa è la prima volta dal 2000 che sono in disaccordo con tutti gli altri analisti in merito agli sviluppi della situazione mediorientale. Allora, fui il solo a prevedere che il presidente siriano Hafez al-Assad non avrebbe raggiunto un accordo diplomatico con Israele. Oggi, sono l’unico a considerare le elezioni di Istanbul non come l’inizio di una nuova era, ma come un intervallo transitorio di quella vecchia. Vedremo.


Il Medio Oriente si è guadagnato la fama di essere imperscrutabile, con azioni all’apparenza illogiche che sono di ordinaria amministrazione. Il principe ereditario saudita ha rapito il primo ministro libanese in visita a Riad, costringendolo a dare le dimissioni, solo per poi annullarle una volta tornato a casa. L’Autorità palestinese ha rifiutato indignata di partecipare alla conferenza in Bahrein dove potrebbe incassare fino a 27 miliardi di dollari. E poi ci sono le elezioni-bis del sindaco di Instabul tenutesi domenica scorsa, 23 giugno.

La precedente tornata elettorale si è svolta a marzo, quando il candidato del presidente Recep Tayyip Erdoğan aveva perso con un microscopico 0,16 per cento di voti. Insoddisfatto di questo risultato, Erdoğan ha fatto ciò che un dittatore fa di norma: ha decretato l’annullamento dell’esito elettorale per un cavillo tecnico e ha annunciato la ripetizione delle consultazioni amministrative. Si potrebbe immaginare che abbia anche detto ai suoi tirapiedi di fare le cose per bene la seconda volta e di assicurare che il suo candidato vincesse con un margine sostanziale. Invece, il candidato dell’Akp ha perso con un grandioso 9,22 per cento, quasi 60 volte il margine più ampio della sconfitta riportata a marzo.

Questo dramma suscita due interrogativi.

Innanzitutto, perché Erdoğan ha permesso che ciò accadesse? Ha governato da dittatore semiassoluto per circa sei anni, pertanto, sarebbe stato coerente per lui esigere una grande vittoria. Controlla l’esercito, la polizia, il parlamento, la magistratura, le banche, i media e il sistema scolastico. Fa quello che vuole.

Ecco alcuni esempi. Erdoğan manipola le elezioni e ovviamente ha annullato le elezioni amministrative di Istanbul tenutesi a marzo. Costruisce palazzi e aeroporti dove gli pare e piace e a qualsiasi costo. Ordina alla banca centrale di applicare i tassi d’interesse che più gli aggradano. Ha organizzato un “golpe controllato”. Trivella, a suo piacimento, il gas in una zona economica esclusiva dei paesi vicini o viola lo spazio aereo. È colluso con l’Isis. I suoi scagnozzi intimidiscono gli avversari. Licenzia, arresta, imprigiona o tortura chiunque si metta contro di lui in Turchia, compresi gli stranieri. Rapisce i turchi nei paesi lontani. Ha creato un suo esercito privato e lo schiera.

Il governo turco ha inviato la Barbaros Hayrettin Paşa, una nave che svolge attività di

prospezione sismica alla ricerca di gas naturale, nella zona economica esclusiva di Cipro.

Visto che detiene un simile potere, perché mai ha permesso le libere elezioni a Istanbul e non ha alterato i risultati elettorali? I dittatori in genere non lasciano i loro nemici conquistare la città più importante del paese, e tanto meno dopo che Erdoğan ha definito la lotta per Istanbul una questione di “sopravvivenza nazionale” e ha predetto: “Se vacilliamo a Istanbul, perdiamo la nostra stabilità in Turchia”.

La singolarità delle elezioni di Istanbul s’inscrive in un contesto più ampio di quello da me denominato come “l’enigma Erdoğan”. Ripetutamente, il presidente turco adotta misure assurde o controproducenti: si è fatto ingiustificatamente un nemico potente dichiarando guerra politica nel 2013 a Fethullah Gülen, suo storico compagno d’armi islamista; ha rinunciato all’idea di ottenere la liberalizzazione dei visti d’ingresso nell’Unione europea per i cittadini turchi, un obiettivo molto importante, preferendo attenersi a un legalismo irrilevante. Ha fatto uno sforzo enorme, pagando un alto prezzo politico per vincere un referendum nel 2017 e cambiare la Costituzione che per anni aveva ignorato. Ha affondato la lira turca nel 2018 perché ritiene curiosamente che alti tassi d’interesse portino a un’inflazione elevata e da ciò desume che “[gli alti] tassi d’interesse sono la madre e il padre di tutti i mali”.

Ma le varie spiegazioni che mi vengono in mente per motivare la perdita umiliante – la volontà di Erdoğan sta vacillando, ha un asso nella manica, vuole tornare alla democrazia – mi sembrano inverosimili.

Il mio secondo interrogativo è il seguente: perché nessuno a parte me è perplesso in merito a questo sviluppo? Ogni analista considera il funzionamento della democrazia in Turchia perfettamente normale, ignorando il fatto che il paese è dominato da un despota. I titoli dei giornali annunciano un “cambiamento tettonico”, un “colpo micidiale” e una “ingente sconfitta”, presumendo che Erdoğan accetterà la sconfitta. Per loro, le elezioni di Istanbul segnano l’inizio di una nuova era.

Ma non per me. Io le considero come un’anomalia da correggere. Di conseguenza, prevedo che l’impulso tirannico di Erdoğan, inspiegabilmente in remissione, riemergerà presto. Quando accadrà, lui riprenderà il controllo di Istanbul. Potrebbe ricorrere nuovamente a un cavillo tecnico oppure accusare il sindaco di avere legami con Gülen e con il “terrorismo”. Indipendentemente dal motivo, l’effetto sarà lo stesso: una riaffermazione della volontà suprema dell’autocrate sull’intero paese.

A posteriori, le elezioni di Istanbul saranno considerate come un’eccezione al cammino perseguito da Erdoğan verso il controllo assoluto. Non sarà ricordato come un cambiamento tettonico, un colpo micidiale o un’ingente sconfitta, ma come un piccolo interludio nell’inesorabile evolversi della rovina del suo paese.

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Italia Atlantica - Settimanale di politica estera - Rivista Specialistica - Reg. nr. 55/2019 Trib. Roma​

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