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L'asse Italia/USA garantisce la stabilità occidentale. Necessario recuperare il bilateralismo

È con il Piano Marshall, a partire dal termine del secondo conflitto mondiale, che si affermò il profondo legame d’interdipendenza tra l’economia italiana e quella americana. La miseria delle condizioni in cui versavano l’Italia e le altre potenze europee, soprattutto quelle sconfitte, spinse gli USA ad agire per arginare l’avanzata sovietica: un’Europa in ginocchio rappresentava una minaccia alle radici della stessa civiltà americana.

In questo contesto, l’Italia ha sempre goduto di un rapporto speciale con gli USA. È infatti a partire dagli anni ‘50 che cominciarono ad affacciarsi nell'economia italiana quelle aziende americane che riuscirono a fertilizzare un tessuto economico fortemente locale con una nuova cultura di innovazione e di mercato. Dal ricostruire le fondamenta della società italiana a sostenerne l’autonomia di sviluppo, la presenza americana fu fondamentale per favorire la sua graduale integrazione nel mondo occidentale.

Ma oggi, purtroppo, l'Italia non è nel radar degli investitori internazionali e riveste un ruolo marginale nell'attrarre flussi di capitale produttivo. A partire dal 2008, anno della crisi finanziaria globale, gli FDI americani nel nostro Paese sono passati da $27,7 miliardi agli attuali $30,2 miliardi, segnando un aumento del 9%. Troppo pochi se comparati ai principali concorrenti europei: la Spagna è a quota $33 miliardi, la Francia a $85 miliardi e la Germania addirittura a $136 miliardi, in un’Europa che attrae il 59% dello stock USA investito globalmente, oltre tre volte e mezza di quanto destinato all’Asia-Pacifico. In compenso, è stata sorprendente la crescita di FDI italiani negli USA, con un valore passato da $19,5 miliardi (nel 2008) a $29,3 miliardi (+50,4%).

I dati relativi al flusso commerciale sono migliori: storicamente il dato italiano è stato superiore a quello americano. Il nostro export vale $54,7 miliardi (primo mercato extra europeo) e riguarda principalmente macchinari, autoveicoli, pharma e food; oltre il doppio dell’import, che si attesta a $23,2 miliardi.

Negli ultimi decenni tuttavia la leadership USA, forgiata su una politica economica di influenza e cooperazione, è stata messa alla prova dall'impetuosa crescita dell’Asia, che la globalizzazione economica ha reso protagonista, lasciando alla supremazia americana il compito di fare i conti con una molteplicità di centri di potere economico, in una fase in cui gli Stati-nazione stanno riemergendo con forza.

In questo contesto di tensione l’Italia è, al momento, al centro dell’attenzione mondiale per aver siglato il MoU con la Cina rispetto alla Belt and Road Initiative, dal quale traspare l’intenzione di stringere una partnership strategica, aprendo le porte a investimenti in settori in cui, tuttavia, si gioca buona parte della nostra sovranità nazionale.

Tale sviluppo non può lasciare indifferenti gli USA, alla luce del ruolo geo-economico rivestito dall’Italia nello scacchiere internazionale americano. Dovrebbe essere interesse comune adoperarsi per mantenere un clima propizio allo sviluppo ordinato del commercio e degli investimenti reciproci, fondato su un insieme di regole che siano soprattutto eque e rispettose dei valori transatlantici.

Il Consiglio Ue ha appena adottato le direttive di negoziato per i colloqui con gli USA secondo quanto concordato lo scorso luglio a Washington dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e dal Potus. Tuttavia, l’avvio dei negoziati non rappresenta la rinascita del TTIP, definito come “obsoleto e non più rilevante”. La US Chamber of Commerce in Italy ne ha fortemente sostenuto la nascita, ritenendolo un vero e proprio accordo di libero scambio a 360 gradi che includeva non solo le merci industriali, ma anche prodotti agricoli (di interesse USA), appalti pubblici (di interesse europeo), investimenti, servizi ed energia.

In questa fase AmCham Italy chiede una presa di posizione da parte del Governo, non solo per azzerare definitivamente le barriere allo scambio – considerando la nostra storica propensione agli scambi internazionali, sia nelle strategie delle imprese sia nella filosofia di politica economica – ma anche per riscrivere un accordo geo-economico partendo dalle ceneri di quello precedente, che noi più felicemente (per non definirlo con un freddo acronimo) chiameremmo Patto Transatlantico per la Crescita e l’Occupazione, evidenziandone le caratteristiche di benessere che questo sarebbe capace di produrre.

Il Governo italiano dovrebbe ricordarsi che se ad oggi in Europa siamo limitati da una Commissione europea ostile e con una linea politica antitetica a quella italiana e dettata dall’asse franco-tedesco, nel contesto geopolitico mondiale godiamo ancora di un partner d’eccezione: gli Stati Uniti, nostro storico alleato e tutt'oggi nostro principale investitore estero. Il legame transatlantico è prezioso e va coltivato per aprire nuovi canali di sviluppo e politiche condivise. Le sfide attuali, per essere vinte, richiedono obiettivi comuni e solidarietà nelle decisioni. Gli USA e l’Italia, più uniti, sono garanzia per la stabilità dell’Europa e del mondo occidentale.


Simone Crolla

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Italia Atlantica - Settimanale di politica estera - Rivista Specialistica - Reg. nr. 55/2019 Trib. Roma​

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