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L'Euro funziona? Sì!

Aggiornamento: 2 mag 2023





L'inflazione non è certo un problema moderno. Infatti già l'ateniese Pericle, esperto di economia domestica ma anche di finanza pubblica, il cui nome significa «circondato dalla gloria» (Colargo, 495 a.C. circa – Atene, 429 a.C.), ebbe modo di dover affrontare contabilmente il fenomeno inflazionistico generato tra le due guerre, persiane e peloponneso, nel 431-404 a.C..

Pericle controllava i conti pubblici con una precisione meticolosa al punto che ovunque v'era chi dicesse il seguente aneddoto "e non sarebbe meglio che studiasse come non presentarli!". Conti pubblici che poi dovevano essere presentati ai magistrati ateniesi ed avevano la funzione di consentire alle casse pubbliche di fronteggiare guerre, gestire spese, impiegare appositi fondi neri utili alla corruzione dei nemici, oltre che essere idonei documenti per svolgere le attività di contrasto alla malversazione. Una simile attività non era peraltro priva di rischi per il contabile di allora, tanto che un errore sui conti pubblici sarebbe persino potuto costare la vita. Certo è che esistevano regole finanziarie condivise ed assai compatibili con l'ordine democratico, considerato che proprio allora la composizione popolare che caratterizzava Atene divenne olimpica, nel senso di meno chiassosa, specialmente per quanto riguardava le decisioni assembleari, la partecipazione del popolo ed il ruolo centrale delle predette assemblee.

Pericle non sperimentò tuttavia soltanto la democrazia ma anche le vicissitudini dell'impero. Fece ad esempio della Lega delio-attica un impero comandato da Atene tanto coeso da esercitare un'egemonia su tutte le altre città alleate - un primo episodio di federalismo - oltre a condurre i suoi concittadini durante i primi due anni della guerra del Peloponneso. Inoltre visse di certo due contraddizioni: quella della democrazia con i canoni della misura delle cose, la giustizia. Dunque l'importanza sia della democrazia che della burocrazia.

Il comun denominatore era tuttavia finanziario. Ebbene, in tutte queste attività è certo che circolava comunque la moneta. Per esempio, è noto che quando i magistrati ateniesi ricevevano l'incarico di amministrare la cosa pubblica, erano poi tenuti a darne puntualmente conto. Questi libri contabili, testi divisi in blocchi o a due colonne, erano equiparabili agli attuali bilanci dello Stato e monitoravano le entrate versate alla polis; una verifica numeraria che spettava ai logisti ovvero ai ragionieri dello Stato. E, come anticipato, protagonisti dei rendiconti era anzitutto la moneta, quindi la conservazione della moneta stessa. Di conseguenza, la sua tesaurizzazione. Per difendere la città greca dal rischio di crisi finanziaria venivano adottate così apposite contro-misure. Oltre ai controlli periodici venivano pertanto apposti dei sigilli; il denaro poteva poi essere trasferito da un deposito ad un altro e pur sempre custodito in spazi chiusi. Ora, occorre ricordare che il denaro veniva persino prestato mediante obbligazioni con cedole. In tal modo esisteva di certo ancora, ma era caratterizzato da una nemesi. Non era cioè materialmente nel tesoro ma era nei conti rendicontato come esistente nello spazio fisico reale ed in circolazione.

Evidentemente la tesaurizzazione era ed è oggi una condizione innaturale e forse solo momentanea del denaro che ha un'indole vagabonda e piuttosto vendicativa: dai tesori doveva necessariamente uscire ed essere usata. Una circostanza dalla quale deriverebbe anche oggigiorno il fenomeno dell'inflazione.

Parallelamente i logisti di oggi sono verosimilmente le banche centrali ed i0l loro ruolo è perlopiù scientifico: ottimizzare la relazione IS LM - investment and saving e liquidity of money. Un ulteriore ruolo è poi quello di prevedere una certa auspicabile relazione IS LM secondo aspettative razionali. Ciò richiederebbe di poter determinare anticipatamente un livello desiderabile di prezzi ovvero un target di inflazione posto che sarebbe di certo desiderabile il livello più basso di inflazione possibile: l’inflazione non dovrebbe in sintesi poter variare in funzione degli shock economici naturali. Da simili considerazioni, le mosse della BCE e della Presidente Lagarde - parimenti a quelle della FED - non sarebbero assai anomale, rischiose, esagerate o imprudenti. Anzi, tecnicamente perfette. Persino troppo perfette.

Anche perché non bisogna dimenticare che l’inflazione esiste in quanto finanziariamente distinta in una componente reale che ha un proprio tasso di interesse, per cui i prezzi crescerebbero se l’inflazione fosse maggiore delle attività reali e viceversa, ed in una nominale. Questo è il motivo per cui l’inflazione dovrebbe razionalmente decrescere se l’economia rallentasse mentre solo l'esuberanza irrazionale dei mercati ne muterebbe il corso in senso opposto, secondo la teoria nota come Irrational Exuberance del Premio Nobel Robert J. Shiller.

L’inflazione è - come anticipato - strettamente connessa al proprio tasso di interesse nominale, quale somma del tasso di interesse reale con l’inflazione attesa; ragion per cui i tassi di interesse rappresentano l'indicatore di quanto costa prendere denaro in prestito e quanto fruttano i risparmi depositati. Non v'è chi non sappia che il tasso di interesse nominale rappresenti quello effettivamente concordato e pagato come lo sarebbe il tasso che versa sul mutuo l’acquirente di un’abitazione, oppure quello che un risparmiatore riceve sul proprio deposito. In altri termini, è a tutti noto che certamente chi prende un prestito paga il tasso nominale e chi deposita i suoi risparmi lo riceve. Ora, per chi prende un prestito o deposita i suoi risparmi non conta solo l’importo nominale pagato; conta anche cosa può comprare con quei soldi. Gli economisti lo chiamano “potere di acquisto della moneta” che diminuisce nel tempo perché i prezzi aumentano a causa dell’inflazione. Motivo che porta correttamente a ritenere che se teniamo conto dell’inflazione e dei suoi effetti, capiamo realmente quanto costi un prestito e quanto renda il risparmio, secondo la seguente equazione: tasso di interesse reale = tasso di interesse nominale – inflazione.

Da queste semplici osservazioni possiamo così dedurre una prima constatazione: se l’economia crescesse, l’inflazione crescerebbe correlatamente. E se l’economia rallentasse l’inflazione allora decrescerebbe.

Eppure attualmente, in un contesto di rallentamento economico, l'inflazione ha galoppato per oltre 12 mesi al 10% e più, contraddicendo il principio dedotto.

Ma è proprio questa contraddizione a spiegare appieno il ruolo della politica monetaria: quello di utilizzare i limiti della capacità di sistema di contenere la moneta (quantità) e gestire le aspettative in termini di riduzione di effetti dell’inflazione attesa.

Come ha avuto modo di dimostrare la scienza economica, questa considerazione conduce inevitabilmente ad una ulteriore conseguente che vedrebbe gli aggiustamenti di prezzi sempre limitati nel tempo, prima che tali effetti svaniscano. Così come sempre affermato dalla Banca Centrale Europea.

Provando a trarre un ulteriore convincimento, questo avverrebbe anche perché il modello IS LM ha in sé un target di inflazione, ovverosia quei limiti sostanziali della crescita economica esistenti nel lungo periodo (long run influence).

Se ne potrebbe allora dedurre un primo insegnamento insito nella necessità di determinare un target specifico di inflazione per una piena stabilizzazione del livello di prezzi. Che la FED e BCE avrebbero di certo individuato nel breve periodo al livello prossimo al 5%, nella considerazione che un tasso reale negativo sia il costo oggi in termini di PIL e spesa pubblica delle congiunture 2020-2023, in parte scontato dal decremento delle transazioni internazionali, in parte dal decremento nazionale della produzione. Certo è che il sistema economico capitalistico, forte perché rigenerabile, ha assunto oggi un valore zero. Ora, nel pieno convincimento delle dottrine liberali, è anche naturale ritenere lo stato attuale delle economie mondiali un principio di evoluzione assai importante, una congiunzione astrale del capitalismo. Al punto che mai come adesso risulterebbero attuali gli scritti di Rawls del 1980, il quale sostenne che ci sarà, in una società libera e pluralistica, un pluralismo irriducibile con dottrine morali, religiose e filosofiche ragionevoli e complete; una nuova idea di «sovrapposizione del consenso» che sarà chiamata a costituire la base della stabilità in una società ben ordinata e pluralistica. Un «consenso sovrapposto» retto su una certa società dove gli individui aderiscono a diverse dottrine globali e possono tuttavia concordare una concezione politica della giustizia al fine di valutare la struttura istituzionale di base condivisa della loro società. Ora, se questa è l'irrazionalità politica e sociale che muove oggi i mercati ed alimenta le aspettative di tutti verso un mondo moderno, sensibile ai mutamenti delle risorse, è certamente importante il ruolo tecnocratico della politica monetaria neutrale, razionale. Viviamo in un evidente contesto pervaso dal razionalismo cartesiano, frutto della conoscenza, dell'inferenza, dello scambio. E' questo il razionalismo cartesiano, che riconosce i sistemi speculativi o riflessivi secondo la anticipabilità teorica di forma e struttura del mondo naturale e del mondo umano, sociale e culturale.

Una constatazione che richiede un'analisi microeconomica tale da dirimere ogni dubbio circa lo stato reale delle cose da parte dell'intero sentiment politico. Infatti, contestualmente all'agire macroeconomico, nel settore privato è possibile osservare come sovente le aziende aggiustino i loro prezzi e le loro quantità di produzione in risposta ai cambiamenti della domanda. Come è altresì ovvio che le aziende adattino le loro aspettative in funzione della domanda futura. Quindi, tra i valori nominali e l'economia reale le aziende guarderanno i prezzi al solo fine di adeguarsi sulla curva dell'offerta nel lungo periodo. Circostanza dalla quale deriverebbero talvolta scarsità di approvvigionamenti nei magazzini e più in generale un eccesso di stock di sicurezza dei produttori. Questo è il motivo per il quale la politica dovrebbe anzitutto ottimizzare i consumi e gli investimenti, nel convincimento che il livello dei prezzi sia e resti un fenomeno istituzionale, monetario.

Sul punto si scorge un'ulteriore luce. Se considerassimo la sola liquidità di moneta, posto che una bassa inflazione determinerebbe una sua crescita perché connessa al grado di liquidità degli attivi, dei beni, delle valute, dei depositi e dei conti correnti, si avrebbe ragione di credere che i PIL debba essere stimato sempre a valori di mercato. Pertanto tra PIL reale e PIL nominale esiste una divergenza a mercato scontata nell'economia di sistema: un costo opportunità dei consumi ed investimenti, oggi non di poco conto. Questa assume il nome di inflazione quando sui consumi e di tasso di sconto quando sugli investimenti. Da un lato un costo, dall'altro un beneficio, comunque una esternalità. Di certo assimilabile ad un dividendo sociale talvolta oneroso per alcuni altre volte per altri.

Di nuovo, è certo che il livello dei prezzi rappresenti ancora un fenomeno monetario, con il limite della quantità, dell'offerta di moneta. Ecco perché il policy maker dovrebbe sempre valutare il livello di capacità del sistema con le aspettative, almeno fino al termine degli aggiustamenti di prezzo; quel variare di beneficiari, ora l'uno, ora l'altro, del dividendo sociale anzidetto.

Le politiche europee nazionali, pertanto, sarebbero coese nel sistema europeo se avessero a mente che il basso PIL reale richieda sia alla banca centrale che alle politiche nazionali di adoperarsi fattivamente per far crescere il rischio sistemico, ossia il rischio dell'intero mercato. Appunto: il variare tra soggetti economici di una forma di dividendo sociale. Motivo per cui è tanto mai urgente quanto necessaria la ratifica del MES, l'adozione di un sistema di protezione del predetto rischio sistemico, essenziale per ripristinare i requisiti di un sistema di libero mercato. Occorre infatti prestare attenzione agli eccessi di prudenza che i contesti di crisi generano nel mercato dei capitali perché un'alta adverse selection determinerebbe di certo una concomitante diminuzione degli investimenti e dei risparmi, del PIL. Ma è la tanto temuta inflazione il migliore parametro di quei valori di mercato reali e nominali, nella convinzione che siano le banche centrali a dover determinare il target di inflazione e sicuramente non un'inflazione fissa. Di nuovo: le banche centrali determinerebbero quantitativamente il dividendo - gap reale nominale - lasciando alle politiche nazionali la redistribuzione qualitativa, in funzione di obiettivi programmatici di breve periodo.

Tutto abbastanza intuitivo. Se non ché attualmente l'inflazione si è attestata a ridosso del 9%, un livello ritenuto evidentemente assai alto - ed i ritorni anomali - gli extra profitti delle multinazionali - al 12% ed oltre. Il tutto a dispetto di Rawls. Il tutto a favore cioè di forme di tassazione sui redditi delle multinazionali in sintesi giuste, certo, eppure destabilizzanti in termini macroeconomici. Perché a fronte di un acaparramento di risorse erariali, il problema resterebbe in piedi in quanto distante dallo strumento fiscale. Esisterebbe in effetti oggi un debito out of stock - non più a mercato - del 3% (quella differenza tra extra profitti ed inflazione), consistente in debito divenuto improduttivo, da pagare o annullare, che dimostrerebbe la validità del 3% deficit PIL e del patto di stabilità. E' a tutti noto per esempio che l'Europa abbia accettato un rischio sistemico in cambio della coesione e di politiche pubbliche idonee a correggere le distorsioni per gli Stati membri. Ancora una volta, questa resta comunque una dimostrazione di forza del patto UE, da chiarire a quanti si reputassero contrari all'Unione, come il Premio Nobel Prof. Stiglitz che dichiarò "L'euro funziona? No! (37) Joseph Stiglitz "Prof. Stiglitz l'euro funziona? No!" - YouTube.

E' altresì noto che per far crescere il PIL atteso occorrerebbe uno shock monetario - ma ad una teorica condizione: che il rischio sistemico sia dello zero per cento ed il rischio specifico dell'1%. Questo significa che per poter garantire strumenti per contenere una qualsiasi crisi occorre, nel contempo, consentire a tutti di fallire a dispetto del famoso detto "too big to fail". Una condizione certamente teorica (massimo rischio specifico e minimo rischio di sistema) ma tuttavia idonea a sovvertire alcune condotte di mercato. Peraltro esiste un modo per passare dalla teoria alla pratica - ossia dalle condizioni teoriche di rischio a quelle reali. E' la politica fiscale. Per esattezza: il federalismo fiscale europeo. Ciò agevolerebbe le dinamiche economiche europee non tanto in termini di spesa pubblica quanto in termini di economia di libero mercato. Per avvedutezza di strategie l'Europa dovrebbe infatti mirare in futuro ad incrementare l'import, fatto che spingerebbe concorrenza e competitività, oltre ad incrementare le imposte IVA e ridurre contestualmente le tasse dirette sui redditi. Obiettivi non raggiungibili oggi perché in assenza di un fisco paneuropeo e federale. Un vero e proprio limite da risolvere. Esiste cioè una correlazione tra inflazione e quantità di moneta che si rifletterebbe sempre ed inevitabilmente sulle politiche fiscali; invero, in queste ne trarrebbe persino motivo d'esistere.

C'è poi chi, come la BCE, crede che sia profittevole un diretto aggiustamento dei prezzi e delle quantità, con una non neutralità della moneta nel breve - agendo quindi sui tassi - e con una neutralità nel solo lungo periodo. Sono i fautori del monetarismo transnazionale dollaro-centrico. Eppure l'Euro ha stabilizzato i mercati valutari sin dalla sua nascita, mentre oggi molti vorrebbero maggiore competizione di valute per consentire strategie aziendali e finanziarie più capitalistiche di quanto molti immaginano.

Che il capitalismo abbia allora vinto è certo. Che l'iper-capitalismo non sia una soluzione se non per i più impulsivi, anche.

La sfida nel vecchio continente è palese. L'Europa dovrà resistere a queste tensioni reagendo più che mai liberalmente. Ma in che modo poter condividere una necessità europea di liberismo e federalismo fiscale con le tensioni nazionali e populiste? (A mio avviso, generate proprio da coloro che sono propensi all'iper-capitalismo).

Una possibile strada sarebbe percorribile qualora venisse ampiamente condivisa l'idea che vede il capitalismo come modello socio-economico pieno, funzionale allo sviluppo tanto nel campo economico quanto nel campo sociale, in virtù dell'elemento cooperativo e della necessità di condivisione di mezzi comuni.

In breve, il capitalismo - fase economica del pieno liberismo - necessita in Europa di un moderno appeasement: l'acquiescenza quale compromesso della strategia diplomatica e della distribuzione di potere. Dalla quale ne deriverebbe inequivocabilmente una divergenza tra politica del contenimento anti-nazionalista ed anti-populista con il libero arbitrio e lo scambio. L'affermarsi a pieno titolo del libero mercato.

Una politica europea capace di recepire le funzioni tecnocratiche del sistema liberale occidentale. Una politica nuova europea.


Angelo Mucci

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