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La crisi nello stretto di Hormuz: debolezza iraniana e muro americano

La partita che si sta giocando in questi giorni nello Stretto di Hormuz dove due petroliere inglesi, la Sienna Impero e la Mesdar (quest’ultima poi rilasciata) sono state sequestrate dai Pasdaran iraniani , è uno dei tasselli della partita più grande che vede contrapporsi Stati Uniti e Iran.

L’uscita dal JCPOA (l’accordo sul nucleare iraniano) da parte dell’amministrazione Trump e la reintroduzione di sanzioni draconiane nei confronti del regime di Teheran che hanno fortemente colpito l’economia iraniana, è la causa di quanto sta accadendo in questi giorni.

C’è un punto fermo della dottrina Trump che va messo in chiaro, ed è l’idea che in un contesto globale di players in competizione per l’affermazione della propria sfera di potere, le potenze in contrasto con gli Stati Uniti (Cina, Iran, Russia, Nord Corea) non solo devono essere frenate, ma “costrette” come nel caso lampante dell’Iran, a negoziati che ne limitino l’aggressività.

La soluzione diplomatica è l’esito a cui mira l’amministrazione in carica, ma, diversamente da quella precedente, facendo sentire tutto il peso della propria potenza. In questo approccio è evidente l’impostazione teorica hobbesiana del Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton; l’unica diplomazia efficace è quella che si esercita all’ombra della forza.

Nel suo discorso alla Heritage Foundation del 21 maggio 2018, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha dichiarato in modo esplicito le condizioni che gli Stati Uniti pongono all’Iran. Condizioni espresse in dodici punti programmatici, tra i quali, imprescindibili, la cessazione permanente dell’arricchimento dell’uranio, la piena disponibilità ad aprire tutti i siti nucleari alla AEIA per le ispezioni, la cessazione della proliferazione dei missili balistici, la fine della sponsorizzazione di gruppi terroristici come Hezbollah, Hamas e la Jihad islamica (i tre principali avversari di Israele, di cui il più pericoloso è il gruppo integralista libanese). Solo quando queste e altre condizioni verranno ottemperate, le sanzioni americane verranno sollevate.

Alle richieste degli Stati Uniti, l’Iran ha risposto cercando una sponda con l’Europa nel tentativo di trovare il modo di aggirare le sanzioni americane e tenere in piedi l’accordo sul nucleare del 2015 voluto da Barack Obama. Il fallimento di questo tentativo, l’impossibilità dei paesi europei firmatari dell’accordo, tra cui Regno Unito, Francia e Germania, di creare un meccanismo alternativo a sua salvaguardia, ha mostrato che non ci sono alternative reali.

L’Iran si trova dunque oggi con le spalle al muro. L’ala oltranzista vicina alla Guida Suprema Alì Khamenei e rappresentata dalla Guardia Repubblicana, sta mostrando con le azioni che hanno avuto luogo nello Stretto di Hormuz, non solo di non volere cedere alle pressioni americane, ma di essere in grado di rendere problematica la navigazione alle petroliere all’interno dello Stretto. Ma sono azioni di corto respiro e di scarsa intelligenza tattica. Inimicarsi il Regno Unito, uno dei firmatari dell’accordo del 2015 sequestrandone le petroliere rafforza solo la posizione americana e indebolisce quella dialogante europea.

Nel contempo, l’apertura a una soluzione diplomatica da parte del Ministro degli esteri Javad Zarif, e la dichiarazione dell’ex presidente iraniano Ahmadinejad sulla necessità di aprire un tavolo negoziale con gli Stati Uniti, evidenziano che solo un nuovo negoziato può portare l’Iran fuori dall’impasse soprattutto nella prospettiva di una rielezione di Donald Trump alle presidenziali del 2020.

Come ha riassunto il Senatore repubblicano Tom Cotton, “L’Iran si trova in grosse difficoltà. La sua economia sta collassando. Stanno cercando di riportare i soldati a casa perché non possono pagarli. E’ molto facile risolvere la questione così come è molto facile per noi renderla peggiore”


Niram Ferretti

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Italia Atlantica - Settimanale di politica estera - Rivista Specialistica - Reg. nr. 55/2019 Trib. Roma​

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