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La storia personale e politica di Jeremy Corbyn è troppo controversa, gravi le sue derive antisemite

Più passa il tempo, più Jeremy Corbyn si scava la fossa con le sue proprie mani. Il Partito laburista deve ora rimodulare l'intera campagna elettorale - in particolare nei distretti a maggioranza Leave – in risposta al crescente vantaggio del Partito conservatore in tutti i sondaggi pre-elettorali. All'interno del Labour il barometro segna tempesta. La leadership del partito è furibonda, e ascrive a Corbyn un errore di strategia fatale. Nella prima metà della campagna elettorale la minaccia liberaldemocratica è stata sopravvalutata, mentre il travaso del voto euroscettico dal Labour ai Tory è stata sottovalutata. A sua difesa, Corbyn rileva che in alcuni collegi laburisti euroscettici, le questioni politiche prioritarie sono diventate il futuro assetto del NHS (il servizio sanitario nazionale) e l'aumento del costo della vita, con Brexit un tema secondario. Ma a fronte di questi limitati successi tattici, il partito vede il suo voto prosciugarsi proprio nei collegi marginali che deve mantenere per privare Boris Johnson di una maggioranza parlamentare.

Tuttavia, il vero problema è la persona più che la strategia. In settimana il Gran Rabbino ortodosso Ephraim Mirvis ha aperto il vaso di Pandora, dando voce ad un disagio pubblico diffuso già da tempo. Con una mossa senza precedenti in 362 anni il Rabbino Mirvis è intervenuto direttamente nella campagna elettorale, e ha definito Corbyn "un antisemita che ha dato sostegno a razzisti, terroristi e mercanti di odio". Poco dopo, il Jewish Chronicle ha denunciato in prima pagina una "minaccia esistenziale" alla vita ebraica in UK. Nel dibattito che ne è seguito, è stato ricostruito in tutta la sua ampiezza lo scandaloso e duraturo resoconto antisemita dell'aspirante Primo Ministro della nazione più tollerante, inclusiva e cosmopolita sul pianeta Terra. Si è venuto così a ricordare che Corbyn è stato a lungo associato con il negazionista dell’Olocausto Paul Eisen; ha ospitato un evento sul Memoriale dell’Olocausto in cui il governo israeliano è stato paragonato ai nazisti; è apparso sulla TV iraniana per complimentarsi per il rilascio di terroristi palestinesi da parte di Israele in uno scambio di prigionieri con Hamas; nella stessa occasione, si è riferito ai detenuti come a "fratelli". E' poi stato richiamato alla memoria che nel 2014, Corbyn ha deposto una corona di fiori sulle tombe dei terroristi di Settembre Nero coinvolti nell’omicidio di 11 atleti israeliani ai Giochi olimpici di Monaco nel 1972. Più di recente, Corbyn si è opposto all'adozione in UK della definizione internazionale di antisemitismo dell'IHRA.

Le accuse del Gran Rabbino confermano le insistenti voci sull'esistenza di un piano laburista per sostituire Corbyn come leader dopo le elezioni, quale prezzo di una eventuale alleanza con LibDem e SNP per formare una coalizione nel caso in cui i conservatori non dovessero ottenere la maggioranza assoluta.

Ma tale eventualità non sembra plausibile. Boris è sulla buona strada per una comoda maggioranza, secondo un modello di sondaggio seggio-per-seggio che ha già previsto accuratamente l'esito delle elezioni di due anni fa. Secondo YouGov, i conservatori dovrebbero vincere 359 seggi, il Labour 211, il SNP 43 e i LibDem 13. Questo risultato darebbe ad un governo Johnson una maggioranza di 68. Il Labour subirebbe la sua seconda peggiore sconfitta del dopoguerra, addirittura peggiore della disfatta di Michael Foot nel 1983. Tuttavia, i margini di vittoria previsti sono inferiori al 5% in circa 30 seggi dati per conservatori. YouGov avvisa che se i Tory dovessero vincere con meno di 6 punti di distacco, potrebbero non ottenere la maggioranza a Westminster.

Intanto a Bruxelles, continua a tenere banco la Francia. In una riunione a porte chiuse con gli Europarlamentari, Michel Barnier ha detto che l'UE darà la priorità ad nuovo accordo commerciale con l'UK dopo Brexit. Il negoziatore capo dell'UE ha dichiarato che gli 11 mesi dal previsto giorno di uscita di Londra dall'UE il 31 gennaio fino alla fine del periodo di transizione sarebbero di norma troppo brevi per negoziare un accordo commerciale, ma che Bruxelles si sarebbe sforzata di raggiungere un accordo per la fine del 2020. Barnier ha anche detto che Rue de la Loi si focalizzerà su un accordo di commercio per le merci esente da dazi e da quote, per poter stipulare il trattato senza dover passare per la ratifica nei parlamenti nazionali. Ha poi detto agli eurodeputati che l'obiettivo prioritario dell'UE è mantenere una forte e costante cooperazione con il Regno Unito in materia di sicurezza e difesa.

Insomma, dopo una lunga fase d'incertezza è tornato il realismo.


Bepi Pezzulli

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Italia Atlantica - Settimanale di politica estera - Rivista Specialistica - Reg. nr. 55/2019 Trib. Roma​

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