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Sull'accordo relativo ai servizi, l'UE deve comprendere l'eccezionalismo britannico o fallirà

Boris Johnson viaggia con il vento in poppa. Il Withdrawal Agreement del Primo Ministro è passato alla Camera dei Comuni con una maggioranza di 124 voti. Sul testo dell'accordo di recesso si è formata una larghissima maggioranza che ha anche sventato un tentativo di mantenere l'UK nel programma Erasmus attraverso un emendamento bocciato con 344 voti contro 254. Superato lo scoglio parlamentare, la politica è continuata a Downing Street per un vertice tra il Primo Ministro e il Presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen, convocato per impostare l'agenda dei lavori sul negoziato commerciale. Boris si presenta al tavolo negoziale chiaro nei suoi propositi: il suo obiettivo è un accordo di libero scambio modellato sul trattato Canada-UE. Von der Leyen ha messo i primi paletti, e ha insistito che un accordo zero tariffe e zero quote richiede un allineamento duraturo con le regole dell'UE, in particolare su ambiente e lavoro. Ma Boris cerca il contrario, sostenendo che vuole lasciare l'UE per liberare l'UK dalle sue regole, e facilitare accordi commerciali con altri partners, in primis gli USA. Secondo logica, si va dunque verso tavoli separati. Londra è disponibile a stipulare un accordo sulle merci, anche un tanto al chilo, badando al sodo più che ai dettagli. E Bruxelles non cerca altro. Un accordo veloce sulle merci consentirebbe a Johnson di incassare una vittoria politica straordinaria: il Primo Ministro manterrebbe la promessa elettorale di trovare un accordo con l'UE entro la fine dell'anno, malgrado le tempistiche strette. D'altro canto l'UE è in surplus verso l'UK e Bruxelles non vuole pregiudicare l'accesso ad un importante mercato di sbocco.

Allo stato è dunque possibile che UK e UE procedano con accordi settoriali invece che con un accordo comprensivo. Secondo gli sherpa, cooperazione sulla sicurezza, trasporti e aviazione civile sono a portata di accordo entro la scadenza del periodo transitorio. Sulla pesca si è già aperta una disputa: è improbabile che Londra conceda all'UE il libero accesso alle acque britanniche.

Ma è sui servizi che si giocherà la vera partita. I servizi rappresentano l'80% dell'economia britannica, e l'UE ne è il primo cliente. Dalla scelta negoziale sui servizi, specialmente la finanza, dipende il ruolo globale di Londra nel mondo e la relazione con l'UE non è in cima alle priorità. Mark Carney non è mai stato un amico della Brexit, ma nella sua intervista al Financial Times ha fissato due linee rosse invalicabili. Il Governatore uscente della Boe ha asserito che la City, in quanto centro finanziario globale, deve essere regolamentata da Londra e non da Bruxelles. Ha poi chiarito che il Primo Ministro non intende porre l'allineamento normativo sul tavolo delle trattative commerciali; e ciò chiaramente include la regolamentazione del Miglio Quadrato. Fonti di Bruxelles hanno lasciato trapelare che la posizione della Commissione è che la City dovrebbe pagare l'accesso al mercato unico europeo concedendo poteri regolamentari all'UE. Carney ha fatto capire che una tale aspettativa, quando l'UE verrà a trovarsi con un concorrente nel giardino di casa, separato solo da un braccio di mare, può essere scritta solo sul libro dei sogni. Analogamente, le possibilità che il periodo transitorio venga esteso oltre la data del 31 dicembre sono pari a zero. Non a caso, in una conferenza a Stoccolma, il negoziatore capo dell'UE ha detto che, data la riluttanza del Primo Ministro ad estendere il periodo transitorio, il No Deal rimane una concreta possibilità.

Fatti gli accordi di settore, Boris vuol prendersi il tempo necessario a far capire a Michel Barnier chi è la parte forte al tavolo negoziale. E' sarà un messaggio di principii. Robert Tombs sostiene che è un errore fondamentale pensare -- come fa Barnier -- al Regno Unito come a una superpotenza in contrazione: l'UK non è mai stato altro che una nazione di medie dimensioni che si è sempre battuta in una categoria di peso superiore. A partire dal XVIII secolo gran parte dell'influenza della Gran Bretagna è venuta dall'offerta di una visione di libertà, responsabilità globale e prosperità ("i poveri inglesi appaiono quasi ricchi ai poveri francesi", osservava l'altro francese Alexis de Tocqueville). Johnson, il Partito conservatore e la maggioranza parlamentare sottoscrivono la dottrina dell'eccezionalismo britannico. Sottovalutare questo aspetto può rivelarsi un errore fatale per l'UE. E sarebbe il secondo su due. Est modus in rebus, sunt certi denique fines quos ultra citraque nequit consistere rectum.


Bepi Pezzulli

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Italia Atlantica - Settimanale di politica estera - Rivista Specialistica - Reg. nr. 55/2019 Trib. Roma​

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