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Tra realismo e liberismo

Per tre decenni il forum di Davos è stato l’evento durante il quale venivano rese pubbliche le decisioni di una globalizzazione efficiente. E’ tra le montagne della Svizzera che l’Europa dell’est mosse i primi passi verso l’economia liberale; ed è a Davos che i paesi emergenti presentarono le prime richieste di partenariato internazionale al fine di attrarre investimenti da tutto il mondo.


Il forum di Davos 2023 ha però manifestato un quid pluris rispetto alle tradizioni ed ai suoi messaggi; si è svolto infatti in un contesto nuovo e, per certi versi, sulle macerie di un mondo diverso rispetto a quello al quale eravamo abituati: in una policrisi in atto, termine per indicare la pluralità delle crisi ed i loro effetti di propagazione a cerchi concentrici. Per molti, ciò ha rappresentato persino la fine della globalizzazione.

In effetti, il confronto tra leader mondiali non è apparso più connesso ai valori riconosciuti ed alle possibili vie di negoziazione da intraprendere ma, perlopiù, è stato influenzato da uno stato di necessità e di abbandono, di stateless society. Come ha ricordato infatti il Prof. Tremonti in una recente intervista al Corriere della Sera del 26 gennaio 2023 «La guerra fredda fu comunque più pace che guerra, almeno per noi nei Paesi avanzati. Adesso siamo entrati in un’epoca di confronto fra grandi spazi, fra potenze di mare e di terra, fra Occidente e Oriente. E questo evoca il mito del nodo di Gordio: essere sciolto o tagliato».


E’ certo però che la globalizzazione ha fino ad ora vinto, e continua a farlo nonostante recessioni, crisi finanziarie, shock valutari, guerre e crisi climatica. Forse perché la globalizzazione economica è sinonimo di un incremento dell’interdipendenza delle economie mondiali, il risultato di una crescita su scala globale degli scambi di commodity e servizi; forse perché è l’unico modello capace di gestire l’enorme flusso di capitali o il dirompente sviluppo di nuove tecnologie. Resta il fatto che il suo impatto si è esteso dovunque ed in un modo ovunque diverso, tanto da restare sempre soggetta a critiche diverse, perché vicina al pensiero anarchico di stateless nation.


Significative sono state le esperienze elettorali occidentali negli ultimi venti anni e le recenti sommosse popolari negli Stati Uniti ed in Sud America, durante le quali l’idea di nazione è venuta meno perché sostituta da diverse ragioni culturali, industriali, da organizzazioni manageriali e capitalistiche dotate di strutture tecnocratiche.

Questa espansione economica, conseguenza della mutua integrazione dei mercati, è però il frutto di una lenta e progressiva ascesa del potere delle MNCs – delle corporazioni multinazionali – e, quindi, di una progressiva coercizione delle libertà di molti a vantaggio di pochi; entità senza confini che hanno operato ovunque secondo le Leggi di Moore, come ad esempio nel settore informatico; e considerate le attuali prospettive tecnologiche hanno chiesto ed imposto alle istituzioni del commercio internazionale precise riforme market-oriented, dall’apertura dei mercati finanziari ad importanti manovre sulle tariffe nelle transazioni internazionali. Non è un caso che l’attenzione delle MNCs sia attualmente rivolta più sulla crisi geopolitica tra Cina e Taiwan, perché coinvolge le industrie dell’informatica e dei servizi connessi, piuttosto che sulla transizione verso la green economy, la vera rivoluzione industriale del ventunesimo secolo. Segno di un’economia mercantilista «… basata esclusivamente sul mercato, senza lo Stato».


Non possono che sorgere dubbi, allora, su quali siano i valori del mondo globalizzato, se essi siano cioè mutevoli e fluidi, anarchici o liberali. Si pensi al contesto pan-culturale nel quale eravamo abituati a vivere prima della pandemia, di cui Davos resta la sintesi; un meeting nel quale storicamente si incontravano Nelson Mandela e Frederick de Klerk, Yasser Arafat e Simon Peres, mano nella mano, attraverso conversazioni multiple delle quali non era necessaria una caratterizzazione definitiva e coerente. E, di certo, nel 2023 questo luogo resta comunque il simbolo, la migliore definizione di “globalizzazione”; qui è infatti dove si può comprendere quanto estesa possa in realtà essere la connessione tra Paesi, democrazie, governi, industrie, attori socio-politici e capitali, quanto realmente locali possano cioè risultare le discussioni sui trend globali; qui è dove viene percepito l’impatto dei round politici sull’incertezza, sul radicalismo sociale, sulla visione d’insieme di simili conversazioni multiple. La sintesi dell’uomo nuovo è in questa classe politica universale esplicitamente riassunta, quell’uomo che per il prof. Tremonti «… vedi ancora nel divieto paternalistico di bere vino, come se non fosse parte di civiltà millenarie››.


Viene logico sospettare che populismo e nazionalismo moderno siano frutto di simili discussioni a porte chiuse, di questa struttura colbertiana, maturata attraverso il filtro delle elité. Ma non si deve credere possa essere così. Perché la molteplicità non fa certo il paio con il naturale dualismo di Piaget. Sarebbe più ragionevole ritenere, invece, che populismi e nazionalismi siano stati la risposta più semplice alla complessità della globalizzazione, una rievocazione di valori storici come conseguenza del reale e dell’artificiale esistente, in aperta risposta alla liquidità della stateless society; un effetto diretto, insomma, per quanto mediato dal finalismo della sovra-nazionalità, delle azioni in risposta alla globalizzazione.


Interpretare in questi termini la globalizzazione, come un processo anziché un punto di arrivo dove Covid e guerra sono il traguardo, significa riconoscere la necessità di intensificare i bisogni comunicativi delle elité, trovare un dialogo, attendendosi diversi effetti, ora sul piano sociale ora sul piano politico-nazionale. Questioni inerenti ai drammatici effetti sull’integrazione sociale, sia essa politica, economica e culturale, oppure alle rappresentanze, ovvero quale forma di democrazia sia da ritenersi più idonea a tutelare i diritti dell’individuo, rappresentano infatti un limite dello Stato di diritto ma anche la massima espressione della democrazia diretta.


Perché occorre ricordare che l’arena del dialogo globale non è l’agorà ateniese o il Parlamento comune ma un vero e proprio complesso network capace di connettere società diverse senza negoziare alcun contratto sociale, semmai rievocato e talvolta spuntato per adempiere alla inerente normativa privacy. Una rete che aumenta le proprie competenze tecnologiche e riduce le distanze, tanto progressista da richiedere nuovi linguaggi ed un nuovo giudizio morale. L’iterazione sociale, tra schemi giuridici e flussi informativi, vorrebbe trasformare il finalismo, ovvero le organizzazioni sovra-nazionali fautrici del processo di globalizzazione, in nuovi attori dotati di realismo e relativismo morale, così capaci di operare tra la ricerca di nuovo potere e la distanza delle comunità.


E’ evidente la necessità di nuovi valori, senza invalidare il vincente processo in atto.

Se la necessità è infatti quella di indagare su questo network, ciò significa dover valutare scientificamente l’estensione dell’informazione da cui nasce la conoscenza. Sul punto si noti che secondo gli indicatori di interconnessione più in uso nelle scienze sociali, l’interconnessione oggi esistente sarebbe esclusivamente sociale ed economica, mentre non esisterebbe affatto un’inter-connessione politica: in sintesi, la traiettoria della globalizzazione nel lungo periodo dipenderebbe solo dalle decisioni prese dai policy-makers. Da Davos. Proprio questa osservazione rappresenta il paradosso esistente della globalizzazione: se è vero che un simile processo prospetta ancora enormi opportunità di crescita della cooperazione globale, consentendo a governi ed alla società civile di adoperarsi contro la povertà, d’altro canto resta tuttavia fonte di violenza, conflitti e di instabilità. E del dilagante realismo. Esaustiva è la descrizione proposta dall’economista Dani Rodrik (2007) secondo il quale la globalizzazione vive in un trilemma: a fronte di una integrazione economica, le nazioni hanno difficoltà a conciliare democrazia, sovranità nazionale ed integrazione economica globale. Questi tre elementi sono per sé inconciliabili; possiamo combinarne due di essi assieme ma mai tutti e tre insieme e contestualmente. Il motivo risiede nel fatto che potremo anche eliminare le frontiere ma non potremo mai adeguare il controllo democratico alle forze economiche globali. Sarebbe possibile allora optare per un globalismo federale, dotato di un sistema politico globale idoneo a favore un’integrazione dei mercati, ma questo richiederebbe di abbandonare la sovranità nazionale, verso l’ordo-liberismo. Oppure sarebbe possibile difendere lo Stato nazionale, rendendolo resiliente e confacente al globalismo capitalistico, ma ciò significherebbe restringere la democrazia a livello nazionale. Infine, sarebbe possibile persino difendere assieme sovranità e democrazia, di contro limitando le capacità della società di adeguarsi e di integrarsi con il perenne processo vincente - rispetto ad altri - che ha preso il nome di globalizzazione.


Per questi motivi la globalizzazione crea anzitutto rischi sistemici che il policy-maker, per quanto ordo-liberale si riconosca, non deve sottovalutare; in primis perché le capacità tecnologiche sono cresciute a dismisura e cresceranno in maniera assai più veloce rispetto alle possibilità sociali di gestione di simili capacità. Poi perché la gestione delle risorse avviene in concreto tra attori che hanno parità di forza economica: Walmart ha ricavi quanto il PIL della Spagna, China National Petroleum ha ricavi quanto la Sud Corea, Exxon Mobil ha ricavi quanto la Svezia o pari al Messico, l’India al pari di Apple, la Svizzera al pari di BP (2016).


Dunque il check and balance richiesto non esisterebbe affatto nel realismo o nel populismo, né nel liberismo o nel socialismo che hanno caratterizzato il ventesimo secolo. In simili contesti non si è mai di fronte allo stesso capitalismo che ha consentito la crescita economica delle economie avanzate ma dinanzi a diverse prerogative di Stato e di mercato. E tutto questo con importanti riflessi sociali.


Un passo indietro. Durante il Congresso di sociologia tenutosi nel 1990 l’idea che maturò fu quella di definire il mondo come un unico luogo di confronto, connettendo la globalizzazione con la conoscenza e la società. Ma a distanza di trenta anni si potrebbe dire che la società civile abbia perso in realtà il controllo della globalizzazione, dunque della conoscenza e della società. Motivo per cui è a tutti comprensibile perché le nazioni non sono più capaci di dare forma al proprio destino, mentre l’economia è restata semplicemente un modo per gestire gli interessi nazionali. E’ vero allora che la globalizzazione non consente affatto di gestire gli interessi politici e sociali di una nazione? Ferme le premesse, la risposta non può che essere affermativa. E’ però plausibile ritenere il realismo o il liberismo modelli alternativi ma entrambi idonei a garantire una tutela degli interessi politici e sociali di una nazione?


Se lo Stato venisse ritenuto un’entità capace di dimostrarsi quale principale attore delle politiche globali, l’unico soggetto interessato a garantire la sopravvivenza della nazione e la sicurezza del territorio e della popolazione, certamente sì. Anzi sarebbero le uniche alternative alla globalizzazione, perché il realismo non riconosce l’interdipendenza come valore ma la sovra-nazionalità come dominanza e controllo mentre la centralità dell’uomo liberale mal si concilierebbe con la coercizione del neminem laedere oltre ogni confine. Ma se esistesse una forma di globalizzazione coerente con la propria insita anarchia, capace cioè di consentire una forma di cooperazione attraverso la riduzione delle asimmetrie informative, rinforzando il sentimento di reciprocità e garantendo il rispetto delle norme con maggiore certezza del diritto, tanto da abolire sia gli ostacoli all’iniziativa privata e tutelare contemporaneamente la libertà dalla repressione dei valori economici e civili come la difesa della proprietà privata e dei diritti civili, e tanto da facilitare il controllo del proprio destino, il diritto d’agire attraverso una garanzia di eguali opportunità ed il diritto di fruire di una democrazia rappresentativa per tutelare le libertà positive e negative, questa globalizzazione sarebbe allora neo-liberismo, integrazione economica e, di conseguenza, politica.


Ebbene questa non è certamente un’innovazione culturale; simili valori liberali non sono infatti nuovi ma fondamenti riconosciuti dall’Occidente sin dal sorgere della globalizzazione agli inizi del ‘900 e, precisamente, dall’8 gennaio 1918, data di ratificazione dei Quattordici punti del Presidente americano Woodrow Wilson. Ecco allora che il manifesto liberale esisteva ed esiste ancora; esso si fonda anzitutto sull’interdipendenza, forma di interconnessione mutualistica e dipendente tra attori statali e non statali, come tra Stato ed istituzioni MNGs ed NGOs; un documento nel quale emerge la consapevolezza che la globalizzazione genera maggiore interdipendenza e, conseguentemente, maggiori libertà e garanzie di pace, nonostante simili interconnessioni restino non simmetriche, non uguali, non lineari.


L’integrazione politica, o giuridica, susseguente non è che reddito minimo, basic income, la libertà non è che concorrenza, la proprietà sinonimo di un moderno monetarismo, il diritto sinonimo di individualismo. L’integrazione economica è dunque antecedente alla politica proprio perché è nello Stato minimo che nasce e si sviluppa - tanto da incoraggiare il politico moderno a parlare di politica industriale – che Mill nel Saggio sulle libertà così descrive: «Il commercio è un atto sociale. Chi porta avanti la vendita di beni alla collettività va a toccare gli interessi di altre persone e della società in generale; e perciò nel suo operato, in linea di principio, è sottoposto alla giurisdizione della società; [...] Le restrizioni del commercio o della produzione destinata al commercio, sono in effetti restrizioni; e in sé una restrizione è un male: ma le restrizioni in questione riguardano solo la parte della condotta umana che la società è competente a limitare, e sono sbagliate solo perché non producono in realtà i risultati che era loro obiettivo ottenere».


Per questi motivi ridurre le coercizioni significa fissare esclusivamente norme formali per tutti, ed è quello che il processo di globalizzazione tenta di attuare nel costante bilanciamento tra libertà, sanzioni ed interdipendenza.


In fondo, come disse Antonio Martino «Essere liberale oggi significa saper essere conservatore, quando si tratta di difendere libertà già acquisite, e radicale, quando si tratta di conquistare spazi di libertà ancora negati. Reazionario per recuperare libertà che sono andate smarrite, rivoluzionario quando la conquista della libertà non lascia spazio ad altrettante alternative. E progressista sempre, perché senza libertà non c'è progresso.». Lo stesso potrebbe dirsi dell’essere globale.


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