La trappola di Pelindaba: perché Trump deve bloccare la cessione delle Isole Chagos
- Italia Atlantica
- 2 giorni fa
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Alcuni trattati vengono firmati con entusiasmo e dimenticati con sollievo. Altri, come il Trattato di Pelindaba del 1996 — l’accordo che istituisce una zona denuclearizzata in Africa — rimangono latenti finché un evento geopolitico non ne risveglia le implicazioni. La decisione del governo britannico, guidato da Sir Keir Starmer, di cedere l’arcipelago delle Isole Chagos a Mauritius ha proprio questo effetto: riattiva una cornice giuridica che, sino ad ora, era rimasta priva di conseguenze operative.
L’amministrazione britannica dell’arcipelago aveva garantito per decenni certezza giuridica e stabilità strategica. La presenza militare Usa a Diego Garcia, fulcro logistico delle operazioni nel quadrante indo-pacifico, non era soggetta ad ambiguità. Ma con il trasferimento della sovranità a un Paese firmatario del Trattato di Pelindaba, entrano in gioco vincoli che proibiscono la presenza di armi nucleari. Gli Stati Uniti, che non hanno mai ratificato il trattato, si trovano di fronte a un contesto radicalmente mutato.
Un regalo a Pechino
La risposta a Washington è già visibile. La Camera dei Rappresentanti ha inserito, nell’ultima legge di bilancio, clausole che subordinano i fondi del Dipartimento di Stato a garanzie precise sul mantenimento operativo della base di Diego Garcia e sull’assenza di vincoli derivanti da Pelindaba. Il senatore James Risch (R- Id.) ha parlato di un “regalo strategico a Pechino”, mentre il segretario di Stato Marco Rubio ha espresso aperta irritazione verso Downing Street. Nella Beltway è diffusa l’impressione che il governo laburista stia sacrificando interessi vitali dell’alleato Usa sull’altare del virtuosismo postcoloniale.
Mauritius ha ratificato il Trattato di Pelindaba nel 1996. Il testo, elaborato nel contesto post-apartheid, non nasce da considerazioni strategiche ma da istanze ideologiche: il disarmo come imperativo morale.
L’eventuale applicazione del trattato a Diego Garcia costituirebbe un precedente pericoloso, offrendo alla Cina un appiglio giuridico e diplomatico per contestare la presenza americana nell’Oceano Indiano. Un’eventuale deroga bilaterale negoziata con Port Louis risulterebbe, sul piano del diritto internazionale, fragile e revocabile. Nulla garantisce che futuri governi o corti internazionali non dichiarino illegittimo il dispiegamento di asset strategici americani sulla base di vincoli pattizi già in essere.
I legami Mauritius-Cina
Mauritius, priva di capacità navali autonome, dipende largamente dal favore multilaterale. La sua politica estera è fortemente allineata agli orientamenti delle organizzazioni internazionali più ostili all’infrastruttura strategica Usa. Trasferire la sovranità su Diego Garcia a Mauritius significa subordinare la funzionalità di una base cruciale alla stabilità Indo-Pacifica alla buona volontà di un governo potenzialmente permeabile alle pressioni cinesi.
Mauritius ha coltivato legami profondi con Pechino. Più recentemente, l’Accordo di libero scambio Mauritius-Cina (FTA), entrato in vigore il 1° gennaio 2021, mira a rafforzare la cooperazione economica e a liberalizzare gli scambi commerciali e gli investimenti tra i due Paesi.
L’ipotesi che Mauritius consenta a Pechino un accesso economico e, in prospettiva, militare a Diego Garcia non è affatto inverosimile. La Cina ha già stabilito una base navale a Gibuti, esercita influenza sul porto di Hambantota in Sri Lanka, sul porto di Gwadar in Pakistan, su quello di Mombasa in Kenya, e punta ad ampliare la propria presenza nell’Oceano Indiano nell’ambito della strategia nota come “String of Pearls”. Se Mauritius, sotto pressione finanziaria o politica, dovesse autorizzare installazioni cinesi “civili” a Diego Garcia, ciò comprometterebbe la supremazia navale occidentale nella regione.
La cornice giuridica
La minaccia non è rappresentata da Mauritius in sé, ma dalla cornice giuridica in cui si inscrive il trasferimento. Il diritto dei trattati non ammette vuoti. Le ambiguità si colmano nel tempo attraverso arbitrati, risoluzioni e campagne diplomatiche ostili. Gli Usa rischiano di vedere erosa, a ritmo lento ma inesorabile, la libertà d’azione garantita oggi da un quadro bilaterale consolidato.
Non si installano forze strategiche in territori soggetti a regimi giuridici incerti o a trattati concepiti per limitarne la proiezione. È per questo che gli Usa non ancorano portaerei nei porti di Stati firmatari di convenzioni disarmiste. Il deterrente nucleare esige basi collocate sotto giurisdizioni affidabili e immuni da derive ideologiche. Se il Regno Unito intende abbandonare la responsabilità geopolitica che ha esercitato sinora sull’arcipelago, Washington ha il dovere di opporsi.
La questione delle Chagos non riguarda un residuo di colonialismo. Riguarda la sopravvivenza di un’architettura di sicurezza costruita su basi giuridiche chiare e su alleanze funzionali. Se Londra intende indebolirla per soddisfare istanze simboliche, non vi è alcuna ragione per cui gli Usa debbano seguirla in questo errore. Diego Garcia è troppo importante per essere sacrificata a un gesto di penitenza post-imperiale.
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