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Venezuela, la crisi a Caracas e le tensioni Usa-Cina-Russia

La cosiddetta “operazione libertà” lanciata nelle scorse ore da Juan Guaidò, presidente dell'Assemblea Nazionale venezuelana e Capo dello Stato ad interim, con la liberazione sostenuta da un gruppo di militari venezuelani del prigioniero politico Leopoldo Lopez, non ha raggiunto l'obiettivo sperato. La grande maggioranza delle forze armate ha mostrato di essere ancora schierata con Maduro. La situazione attuale rappresenta il culmine di una escalation iniziata lo scorso gennaio quando l’Assemblea Nazionale venezuelana ha dichiarato illegittime le elezioni presidenziali del 2018 che avevano riportato, con un'affluenza molto bassa, alla rielezione di Nicolas Maduro. Secondo l'articolo 233 della costituzione Venezuelana, in caso di un vuoto di potere, quale quello della mancata proclamazione del Capo dello Stato, è il presidente dell'Assemblea Nazionale ad assumere ad interim il ruolo di Capo dello Stato per poter indire nuove elezioni. Per questo motivo Juan Guaidò è stato proclamato Capo dello Stato ad interim ma tale proclamazione non è stata riconosciuta da Nicolas Maduro. Da quel momento la situazione per la popolazione, già da tempo assolutamente precaria, è diventata ancora più insostenibile, con una svalutazione altissima, l'illegalità e la criminalità diffuse, la difficoltà a reperire anche i beni di prima necessità, le repressioni da parte della guardia nazionale fedele a Maduro. Se ad oggi nelle strade la situazione è ancora incandescente, con diverse vittime tra i manifestanti che sostengono il tentativo di Guaidò, il pallino torna nelle stanze della diplomazia internazionale in quella che è una vera e propria partita a scacchi sullo scacchiere geopolitico. I principali contendenti sono, ancora una volta, Usa, Cina e Russia. Gli Stati Uniti hanno sin da subito sostenuto il tentativo di Guaidò e dell'opposizione a Maduro. Sia Trump che il Segretario di Stato Mike Pompeo hanno dichiarato che una azione militare in Venezuela è possibile. E nelle scorse ore sia il Capo del Pentagono Shanahan che il Capo dello Stato Maggiore Dunford hanno sostenuto questa posizione davanti alle commissioni del Congresso USA. La posizione dell'amministrazione Trump è chiara: l'operazione tentata nelle scorse ore da Guaidò non rappresenta un golpe ma è un legittimo tentativo di ripristinare la democrazia in Venezuela e di risollevare le sorti di una popolazione che versa da troppo tempo in uno stato di povertà e insicurezza. A tenere ancora in stallo la situazione è il sostegno garantito a Maduro da parte di Cina e Russia. Già negli scorsi mesi i loro veti hanno bloccato risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU sulla situazione in Venezuela, e nuovamente ieri il Segretario di Stato russo ha dichiarato che la Russia è contraria ad ogni ingerenza americana nelle vicende di uno Stato sovrano quale il Venezuela. Ma, parlando di ingerenze, non bisogna dimenticare che lo scorso dicembre Mosca ha inviato a Caracas due bombardieri T-160 e che ancora a fine marzo militari russi erano presenti sul territorio venezuelano per fornire addestramento alle milizie di Maduro. In realtà il sostegno di Russia e Cina a Maduro, ed allo status quo in Venezuela, dipende da due elementi. Il primo è da individuare nel tentativo di mantenere la propria influenza in un importante Stato del Sudamerica, il secondo è relativo alla necessità di tutelare i propri interessi rappresentati dall'ingente debito che Caracas ha accumulato con Pechino e Mosca e che ripaga con lo sfruttamento dei propri giacimenti di petrolio, oro, coltan e uranio. La pressione diplomatica esercitata nelle scorse settimane da Washington, con la regia di Mike Pompeo, ha raggiunto un primo importante risultato. Il gruppo di Lima (Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Honduras, Panama, Paraguay e Perù) ha preso posizione netta a favore di Guaidò, al fianco degli USA, definendo quello di Maduro come un "regime illegittimo autore di violenze e persecuzioni". Questo risultato ha un doppio significato. Se da una parte, complice anche l'elezione di Bolsonaro in Brasile, rafforza l'influenza statunitense tra gli stati sudamericani stabilizzando l'area, dall'altro le forti pressioni del gruppo di Lima potrebbero contribuire a sbloccare la situazione. Se infatti un eventuale intervento unilaterale americano potrebbe avere l'effetto di compattare le forze armate venezuelane, un intervento, con la regia Usa, che avvenisse all'interno dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA) potrebbe invece avere un esito positivo. E questa prospettiva potrebbe indebolire quegli alti ufficiali che oggi sostengono Maduro e che stanno rappresentando, nel tentativo di tutelare la propria posizione, il principale ostacolo ad una resa concordata. In questo quadro non si può non sottolineare come l'Unione Europea abbia faticato a tenere una posizione forte ed unitaria rispetto alla crisi venezuelana, mostrando ancora tutte le proprie difficoltà nel proporre una politica estera e di difesa che sia veramente comune. Ma ancora più delicata è stata la posizione tenuta dal Governo Italiano che ha posto nuovamente l'Italia in contrasto con la linea tenuta da Washington e Bruxelles e al di fuori del perimetro delle alleanze consolidate del nostro Paese.


Mario Angiolillo

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Italia Atlantica - Settimanale di politica estera - Rivista Specialistica - Reg. nr. 55/2019 Trib. Roma​

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