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Alcune riflessioni sulla tassazione degli extra-profitti.


E’ assai recente l’interesse del Governo volto a realizzare forme di tassazione poco liberali e, più precisamente, volte a tassare gli extra-profitti di imprese ad alto valore aggiunto al fine di aumentare le entrate statali mediante l’imposizione di una tassazione più responsabile nei confronti di certe società e settori. Una forma di redistribuzione del reddito che di certo non può però convincere né le imprese né i cittadini. E tantomeno gli esperti del settore economico. Trattasi più verosimilmente di riforme assai azzardate di destra sociale, conservatrice, che mirano ad affermare una elitè secondo i canoni dell’illiberismo socialista, magari con nuovi caratteri e prerogative ascrivibili al rango del populismo nazionalista.

Anche perché sono in pochi a conoscere il significato finanziario di una simile manovra di politica economica e fiscale.

Quindi è bene procedere con ordine. Il principio alla base di una simile manovra fiscale risiede in concreto nel fatto che verrebbe riconosciuto il valore intrinseco di una società nell’equity value della stessa, pari proprio alla somma del valore contabile corrente del suo patrimonio netto (il patrimonio netto contabile in bilancio) cui sommare il valore presente (discounted) degli extra-profitti attesi. Alla fin fine, gli extra-profitti sui quali si chiede il prelievo fiscale sarebbero una certa forma di reddito netto atteso, peraltro al netto del costo dell’equity della società (ROCE) moltiplicato per il valore contabile dell’equity stesso ad una certa data. In altri termini si chiederebbe a certe società di contabilizzare una tassazione anticipata quando i canoni contabili richiederebbero, semmai, un differimento di imposte, con ogni effetto distorsivo sull’informativa di bilancio e finanziaria.

Che un Governo possa legalizzare simili condotte sui mercati finanziari che il codice penale ritiene essere illecite persino nella forma di tentativo?

E’ inoltre assai importante considerare che il rapporto del reddito sul capitale investito, ROCE, non assumerebbe valore tanto nella propria componente reddituale quanto nella sua componente di rischio: infatti i soggetti gravati da una simile tassazione sarebbero in realtà coloro che investono, indistintamente, con apporto di capitali di rischio e di debito. Al punto che l’oculata scelta se investire ora con concessione di debito ora con capitale azionario perderebbe di significato qualora l’effetto fiscale conducesse ad un pari costo del capitale sia per chi ha garanzie sia per chi non ne avesse, vanificando da ultimo la portata qualitativa delle informazioni finanziarie relative proprio al costo del capitale complessivo. Per i meno esperti, si tratta in breve di rispettare i principi del libero mercato che richiedono di poter conoscere sempre il prezzo corretto di un titolo azionario attraverso l’informativa celata nella differenza tra il valore contabile ed il valore di mercato, così come risultanti nei conti pubblici di una società.

Un po’ come avviene per la stima dell’avviamento in sede di consolidamento dei conti.

Ed anche i meno esperti sono consapevoli del fatto che oggetto di una siffatta tassazione sarebbero non già i valori certi contabili, quanto proprio gli utili attesi o prospettici, senza alcun presupposto d’imposta e, dunque, una manovra già per sé contraria alla normativa tributaria in vigore.

E’ anche logico ritenere che, qualora il costo del capitale – il rendimento azionario anzidetto - dovesse man mano crescere, la tassazione della medesima società diverrebbe col tempo sempre minore. E viceversa. Ceteris paribus. Fino a poter dimostrare che una siffatta tassazione vedrebbe tassare col tempo e maggiormente più le imprese minori che quelle concentrate. A dispetto di ogni tendenza industriale all’innovazione.

Ora, senza alcuna ambizione dottrinale ma con il solo richiamo a noti principi di finanza riferibili più in generale alla c.d. clean surplus accounting, sarebbe il tasso di sconto (il costo opportunità) a determinare gli effetti della tassazione dei ritorni anomali, superiori cioè a quelli di mercato; e dunque: progetti a maggiore tasso di sconto paradossalmente subirebbero un maggior prelievo, nonostante la mancanza di un’effettività dei propri extra-redditi prodotti.

Peraltro se la maggior parte dell’imposizione dipendesse dalla previsioni sugli utili delle società (in forecasting) e dallo specifico tasso di crescita di settore (long term), un intervento fiscale di questo tipo risulterebbe essere davvero statalista, poiché volto a programmare la crescita nel lungo periodo di alcuni settori piuttosto che di altri, avvalorando l’idea che sospetta che il Governo voglia realizzare un’economia pianificata o centralizzata. Come se non bastasse il PNRR a livello europeo.

Una innaturalezza programmatica diretta espressione di una destra sociale, oggi convinta che un sistema economico debba essere guidato dallo Stato, magari dall’Europa, in tutte le questioni economiche chiave, su cosa, come e per chi debba produrre. Ed a quale prezzo. Se infatti gli extra-ritorni attesi fossero, come sono in realtà, l’espressione della creazione di valore delle società in divenire nel tessuto economico, allora voler tassare il loro avviamento senza una sua tangibile manifestazione concreta produrrebbe gli stessi effetti di un falso in bilancio commesso da una società quotata.

Trattasi, verosimilmente (!), di un processo in atto di legalizzazione di fenomeni anti-capitalistici come la manipolazione del mercato (…). Già, perché le previsioni sugli utili, da cui dipendono i prezzi azionari ed i flussi di cassa, non possono che essere costantemente influenzate dalle informazioni disponibili sui mercati dei capitali perché, qualora tale informazione dipendesse da scelte ex ante di un soggetto, privato o pubblico, persino del Governo, queste informazioni risulterebbero naturalmente distorsive, se non privilegiate.

In sintesi, se un titolo dovesse per ragioni di profitto apprezzarsi pian piano sui mercati finanziari, a seguito della tassazione degli abnormal return si troverebbe a pagare meno tasse rispetto ad imprese più innovative e giovani. Se, invece, il mercato dovesse penalizzare per qualsiasi ragione di mercato una società o un settore, imponendo magari prezzi azionari via via più bassi, le società o l’intero settore si vedrebbero dover pagare, per assurdo, più tasse.

E’ evidente ora l’effetto distorsivo e non perequativo di simili proposte riformiste.

Ciò che è certo è che l’effetto atteso da simili politiche fiscali sarà l’ottenimento di una perdita secca collettiva: trattasi cioè di una situazione di non-ottimo Paretiano, secondo la quale maggiori tasse teoriche generano ora una perdita di surplus del produttore, ora una perdita di utilità del consumatore.

Per strane ma secolari leggi dell’economia, se si confondo manovre di politica economica con manovre di politica fiscale, gli obiettivi e gli strumenti saranno sempre sconnessi, non correlati, per non dire inutili e dannosi.


Angelo Mucci

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