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Ancora poco equo l’equo compenso.



L’Onorevole avvocato Francesco Paolo Sisto, sottosegretario alla Giustizia, ha riproposto in questa legislatura una proposta di Legge, già avanzata a prima firma dal Presidente Giorgia Meloni durante la trascorsa legislatura, in materia di equo compenso.

Nell’estate scorsa l’On. Sisto dichiarava al giornale Il Sole24 Ore che l’equo compenso potrà mettere fine ai patti leonini ed al caporalato delle professioni intellettuali; uno stop necessario alle pratiche delle imprese forti che possono realmente costringere i professionisti a subire una valutazione ingiusta del loro operato…

… Alla quale rispondiamo però oggi con l’opposto dell’equità! Per le seguenti ragioni.

A mente del disegno di Legge originario l’equo compenso era infatti previsto soltanto per le professioni iscritte ad albi ed ordini. Sul medesimo terreno di scontro, le professioni associative dovettero invece esercitare una notevole pressione affinchè venissero introdotte ed apportate le seguenti modifiche: in primis l’inserimento dei professionisti di cui alla Legge 4/2013. Secondariamente, la determinazione per questi ultimi dell’equo compenso mediante l’individuazione di parametri con apposito decreto del Mise, in quanto associazioni ivi iscritte.

Questi sforzi sono stati finalmente premiati. Il 13 aprile 2023 è infatti terminato l’iter legislativo de quo con l’approvazione definitiva della Camera con 213 voti favorevoli, 59 astenuti e nessun contrario (dunque: più che una vittoria), sancendo i seguenti principi. Da un lato, la previsione della corresponsione di un compenso proporzionato alla quantità e qualità del lavoro svolto, nonché al contenuto e alle caratteristiche della prestazione professionale, conformemente ai compensi previsti per tutti i professionisti ordinistici (una effettiva equiparazione dei loro compensi con quelli di cui alla Legge 4/2013). Dall’altro, la previsione di nullità dei contratti che contengano la pattuizione di compensi sproporzionati in peius rispetto all’opera prestata.

Tanto che la recente normativa prevede che sia il Tribunale a dover procedere alla rideterminazione dei compensi, sino ad intimare gli effetti di una condanna per l’impresa che può consistere nel pagamento di un indennizzo a favore del professionista. Di contro, le medesime previsioni normative prevedono peraltro anche una ulteriore fattispecie sanzionatoria - inaccettabile - a carico del professionista il quale, nel caso accettasse compensi irrisori o prestazioni al ribasso, pur essendo il lavoratore in condizione di debolezza rispetto al committente, diverrebbe egli stesso soggetto a sanzioni specifiche.

“La doppia pena per la partita IVA”: così è stato definito questo livello sanzionatorio. Perché non solo il professionista sarà potenzialmente ricattabile e dovrà talvolta accettare compensi sotto-soglia ma rischierà in tal modo di essere punito dall’ordine o dalla categoria di appartenenza.

Ma ci sarebbe dell’altro. Quest’intervento legislativo mostra un’ulteriore approssimazione perché, a fronte di una ristretta platea di effettivi beneficiari reali, considerati i limiti per chi lavora in banche, assicurazioni, pubbliche amministrazioni ovvero imprese con più di cinquanta dipendenti o fatturato superiore a dieci milioni di euro, coprirebbe settantotto mila soggetti contro poco più di un milione e seicento mila aziende (anno 2021).

Ebbene, è evidente che il Legislatore avrebbe così diviso ancor più le professioni tra ordinistiche e non, anziché garantire pari diritti.

Vero è che le professioni non organizzate di cui alla Legge 4/2013 sarebbero ivi comprese; tuttavia mancherebbe allo stato la determinazione dei parametri dei famigerati compensi ritenuti equi, in quanto non vi sarebbe ancora alcuna interlocuzione tra le relative rappresentanze. Nessun confronto avrebbe invero coinvolto gli attori del mercato.

Che questo avverrà presso il Ministero di Giustizia nella sede dell’Osservatorio nazionale sull’equo compenso? E’ questo infatti l’organo che vigilerà in futuro sul rispetto della legge, oltre che deputato ad esprimere pareri o formulare proposte sugli atti normativi, disciplinando in tal modo le convenzioni.

Insomma, resta una legge che non piace, a meno che non vi saranno gli opportuni miglioramenti. Così come concepita, ampia infatti le discriminazioni tra professionisti e rende oltremodo difficile, complicato e costoso il contenzioso; tantomeno ad oggi avrebbe in qualche modo sancito i criteri dell’equo compenso.


Arvedo Marinelli

Presidente Onorario Ancot - Associazione Nazionale Consulenti Tributari

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