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Il Golden Power e i rapporti tra Roma e Pechino. Una dura prova per l'atlantismo italiano.

Aggiornato il: 18 lug 2019

La partita a scacchi tra Usa e Cina giocata su Huawei vede in questi giorni nuovamente l'Italia come tavolo di confronto.

Il Governo italiano, infatti, dopo aver garantito una grande apertura al progetto della Belt Road Initiative di Xi Jinping, è stata oggetto di forti pressioni da parte della diplomazia Usa per limitare il perimetro di queste aperture, in particolare per quanto attiene alla condivisione delle informazioni sensibili. Washington DC vede come il fumo negli occhi il coinvolgimento di Huawei nella realizzazione della rete 5G.

In questo quadro va quindi analizzato il decreto legge sul Golden Power, entrato in vigore lo scorso 12 luglio, che consiste nell'attribuzione al Governo italiano di una sorta di "potere speciale" per proteggere da attacchi esterni tutte quelle società che operano o possiedono assets in settori strategici di interesse nazionale, la Difesa in primo luogo.

La norma prevede che chi volesse acquisire partecipazioni rilevanti, superiori al 3% se quotate su mercati regolamentati, in aziende considerate di interesse strategico nazionale, sarà sottoposto a tutta una serie di obblighi di notifica ed il Governo italiano avrà facoltà di richiedere ulteriori informazioni, di imporre specifiche prescrizioni o condizioni e in estrema ratio potrà far valere un potere di veto.

Nel decreto legge, ovviamente, non vi è alcun riferimento al caso Huawei, ma evidentemente è anche, se non principalmente questo, ad aver ispirato il legislatore nella definizione del provvedimento.

Benchè uno strumento di tutela molto debole, esso è politicamente giusto. Infatti, la risposta di Huawei non si è fatta attendere, per voce dell'Ad Italia Thomas Miao, il quale ha dichiarato di possedere una dote triennale per investimenti nel nostro Paese pari a circa 3 miliardi di euro in grado di generare circa 2000 posti di lavoro. E a proposito del Golden Power, sottolineando gli ottimi rapporti tra l'azienda Cinese e l'attuale esecutivo italiano, ha richiesto al Governo di applicare regole trasparenti ed eque in tema di 5G, ad esempio mediante l'estensione delle norme previste nel Golden Power anche alle aziende di Paesi UE e non solo a quelle extra UE come attualmente previsto.

In realtà la situazione è più complessa di quanto potrebbe sembrare dalle parole del country manager Italia dell'azienda di Shenzen.

In primo luogo sono in gioco i rapporti diplomatici, ma anche economici, tra Roma e Washington DC, con l'Amministrazione Trump che ha più volte dichiarato di prendere in seria considerazione la possibilità di non condividere più le informazioni di intelligence con quegli alleati che dovessero aprire a Huawei nell'implementazione della rete 5G.

Secondo l'intelligence statunitense, infatti, le norme varate a Pechino che imporrebbero a Huawei di condividere le informazioni con il Governo cinese metterebbero a serio rischio le politiche di difesa di quei Paesi, aderenti all'Alleanza Atlantica, che dovessero permettere a Huawei di accedere alle proprie informazioni sensibili scambiate sulle nuove reti 5G.

Non bisogna inoltre dimenticare che gli Usa oltre ad essere la potenza guida della Nato rappresentano per l'Italia anche il primo investitore estero ed uno tra i più consolidati partners commerciali. Ogni eccessiva frizione tra Roma e Washington potrebbe quindi generare ripercussioni sulle attività economiche e commerciali transatlantiche.

Soprattutto non bisogna sopravvalutare le dichiarazioni dell'Ad di Huawei Italia in merito all'entità degli investimenti che l'azienda cinese sarebbe intenzionata ad intraprendere nell’economia domestica. Questa potrebbe al momento essere solo una strategia di marketing diplomatico, se è vero che l'azienda di Shenzen sta attraversando un momento difficile come testimoniato dalle notizie sulla imminente chiusura di tre stabilimenti negli Usa con il licenziamento di oltre 800 lavoratori tra cui molti cinesi. Le aperture del Governo gialloverde nei confronti di Pechino non hanno soltanto implicazioni economiche, certamente tutte da verificare, ma rappresentano una parte non secondaria della politica estera e diplomatica del nostro Paese, e questo è un tema da maneggiare con grande cura, soprattutto se si rischia di modificare una collocazione strategica efficace e ampiamente consolidata all'interno dell'area atlantica.


Mario Angiolillo

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