Il declino britannico in nome del diritto internazionale immaginario
Dalle Falkland sotto schiaffo alle Chagos regalate, il soft power è la favola consolatoria di una Gran Bretagna in declino. Mentre il Presidente Milei ha capito come funziona la moderna geopolitica, il Primo Ministro Burnham idolatra il Diritto Internazionale
Vinta la Seconda Guerra Mondiale, con l’aiuto essenziale e poderoso degli USA, ma perso l’impero, la Gran Bretagna del dopo Winston Churchill e degli ultimi 80 anni ha basato, o semplicemente capitalizzato, la sua politica estera e la sua proiezione strategica mondiale sul suo soft power. L’espressione che racchiude un miscuglio di predominio socioculturale, e in effetti dalla swinging London degli Anni ‘60, alla musica dei Beatles, dei Rolling Stone e dei Queen, fino ai classici trench da pioggia di Burberry alla popolarità dei Windsor, il paese ha esercitato un fascino sull’Europa e sul resto del mondo molto superiore alla sua effettiva capacità economica e militare.
Nonostante il suo internazionalismo, facilitato dall’inglese come Lingua Franca, la Gran Bretagna Laburista dell’impalpabile Sir Keir Starmer e del fanatico socialista Andy Burnham è la dimostrazione che il suo soft power, qualsiasi cosa voglia dire, è sempre più soft, nel senso di molle, e sempre meno power, nel senso di reale potere negoziale.
Le umiliazioni geopolitiche che Londra subisce sono ormai la normalità: Donald Trump ipotizza di trasferire parte del territorio britannico all'Irlanda. L'Ue, dove gli ipocriti Laburisti vorrebbero addirittura rientrare, loro che devono ringraziare la Brexit per le rinazionalizzazioni dell’economia (impossibili se la Gran Bretagna fosse ancora dentro l’UE), minaccia con dazi illegittimi su automobili e acciaio. La Cina annuncia ritorsioni proprio per la nazionalizzazione dell'industria siderurgica e si prende pure il lusso, indisturbata, di mettere la sua ambasciata sopra le centraline informatiche dei servizi segreti di Sua Maestà. Sempre più paesi del Commonwealth, l’ex impero che dovrebbe essere il più assoggettato al soft power, avanzano invece pretese di riparazioni per il colonialismo.
Apoteosi del soft power, il Foreign Office è riuscito nell’impresa, impossibile, di entrare in rotta di collisione con Israele e con l'Iran al tempo stesso. L’ultimo ad alzare la cresta contro la Gran Bretagna infiacchita da islamizzazione e troppi sussidi, è stato Javier Milei: a fine estate il presidente argentino ha imposto sanzioni alle compagnie petrolifere che operano attorno alle Isole Falkland, che guarda caso sono inglesi. Gli ha fatto eco, ieri, Benjamin Nethanyau che si è apertamente schierato contro Londra in un’eventuale nuova contesa sulle isole, nel frattempo diventate uno snodo cruciale nella corsa per l’Antartide.
Quel soft power su cui Londra si è cullata negli ultimi 30 anni, perché dietro aveva la potenza finanziaria della City e di un’amministrazione statale solida, si rivela, ora che la City è sotto scacco dai nuovi centri finanziari e ora che il Civil Service è un colabrodo multi-etnico, per quello che è davvero ed è sempre stata: una sciocchezza. Il potere morbido è una favola rassicurante che si raccontano i paesi troppo deboli, e non a caso vado molto di moda anche in Italia, dove si pensa che con la pizza, gli abiti e le auto di lusso, un paese possa guadagnare un hard power, che poi sarebbe il potere e basta, perché il potere o è forte o non è. Quel soft power, inteso come influenza culturale dall’abbigliamento allo sport al cibo, su cui la Gran Bretagna vuole fare leva è sempre stato solo il corollario del successo militare, il by-product, un prodotto collaterale, della potenza navale dell’epoca vittoriana (arrivata fino al 1945). Ma pensare oggi che la Gran Bretagna sia ancora una potenza rispettata perché Harry Potter viene tradotto anche in Cina è un solo una puerile auto-consolazione.
Quando, nel 1982, Leopoldo Galtieri ordinò l'invasione delle Isole Falkland, dopo la resa del piccolo contingente di Royal Marines a Port Stanley, scoppiò un'ondata di sentimento anti-britannico: buona parte dell’intellighenzia europea, allevata a liberalismo e buonismo, era contenta di vedere una decrepita potenza coloniale che finalmente riceveva ciò che si meritava. Ma il tono cambiò subito dopo la vittoria britannica: Londra tornò di nuovo a essere ammirata e rispettata.
Milei, che ha risollevato il paese con la vecchia ricetta thatcheriana del poco Stato e molto mercato, sa che il prestigio è una materia prima fondamentale per un paese, tanto quanto il petrolio o il litio. Il liberista con la motosega sembra però aver imboccato la via del revanscismo con le sue ultime rivendicazioni sulle isole. Libertario nell'animo, l’uomo della motosega non comprometterà la promettente ripresa economica del suo paese scatenando una guerra. Ma se anche lo facesse, perché si sente appoggiato da USA e Israele, il dato di fondo sarebbe un altro: è l'Argentina di Milei, non la Gran Bretagna in declino di Burnham, ad aver compreso la realtà della geopolitica moderna. Il potere di un paese non si esercita nei tribunali internazionali, ma tutelando gli interessi nazionali. La nuova crisi delle Isole Falkland più che una minaccia in sé è una proxy di una crisi più grande anch’essa legata ad un altro arcipelago: le Chagos nell’Oceano Indiano. L’annunciata cessione delle isole dalla Gran Bretagna alle Isole Mauritius è stato un pessimo segnale che Londra manda al mondo: le isole sono un avamposto strategico, cruciali nella proiezione sulla zona, dove la Cina già spadroneggia, e in più sono la sede di una base militare congiunta con gli USA. Privarsene è un suicidio geopolitico che denota debolezza e nessun potere. Sir Keir e Burnham nutrono una venerazione quasi religiosa per il diritto internazionale, cosa che rende il paese soggiogato alle sentenze emesse da giudici russi e cinesi in seno a un tribunale delle Nazioni Unite.
Figurarsi se gli Stati Uniti o la Cina siano disposti a cedere un proprio territorio sovrano a un altro Stato che non ne ha mai detenuto il possesso, solo perché un gruppo di giudici di orientamento terzomondista glielo ha imposto, anzi suggerito, dato che la advisory opinion della Corte di Giustizia Internazionale non era neppure vincolante. Ma la Gran Bretagna, paradiso buonista dove esporre la bandiera di San Giorgio è diventato un reato, ha deciso di rinunciare al suo storico ruolo e al suo potere militare per inseguire l’ideologia suicida del senso di colpa e della vergogna per il proprio passato. Quel che è peggio è che tutta l’Europa ha imboccato la strada del cupio dissolvi: se ne pentirà amaramente.
Simone Filippetti
Foto di Filip Mishevski su Unsplash



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