12mo voto negativo. Anche l'Islanda dice no. L’UE cade sempre sul merluzzo
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A dieci anni dalla Brexit, il voto islandese contro l'UE riapre il conflitto tra integrazione europea e interessi nazionali. Gran Bretagna e Islanda, economie insulari legate al mare, vedono nella pesca e nel controllo delle proprie acque interessi strategici incompatibili con le politiche comuni europee. Dal merluzzo alla moneta, Reykjavík conferma così una lunga storia di resistenza popolare all’integrazione europea.
Nel porto di Grimsby, grigia e derelitta cittadina dell’Inghilterra, il faro è una copia della Torre del Mangia di Siena. Oggi il posto è quasi dimenticato, ma tutti i bambini del mondo devono essere grati a Grimsby: lì sono stati inventati i bastoncini Findus, la cena più gradita dalle famiglie con figli piccoli. Negli Anni ’80, Grimsby vantava la flotta di pescherecci più grande d’Europa, in trenta anni è scomparsa (oggi è rimasto un solo trawler). Nel 2016 a Grimsby, il 70% della gente ha votato per la Brexit: l’Unione Europea aveva impoverito l’industria ittica locale.
Nei 10 anni successivi al Referendum sulla Ue, l’opinione pubblica europea è stata bombardata dal messaggio, distorto e in mala fede, che la Brexit sia stata un male. Gli inglesi avrebbero votato in modo scellerato e se ne sarebbero pentiti. La propaganda è stata scandita da continue previsioni apocalittiche sulla Gran Bretagna fino a culminare nel presunto pentimento degli inglesi e addirittura la necessità per il paese di rientrare nella Ue.
La propaganda, però, ha sempre un problema: prima o poi deve fare i conti con la realtà. E la realtà è che nell’anniversario del Referendum inglese sulla Ue, anche gli islandesi hanno rifiutato l’Unione Europea: con il 52% dei voti, il paese più a nord dell’Europa ha deciso di non entrare nella Eurozona e di non adottare la moneta unica. La doccia fredda manda due segnali politici immediati: ogni volta che ai cittadini viene concessa la possibilità di esprimersi sulla Ue, il risultato è sempre lo stesso, ossia disastroso; e in controluce che il voto islandese rafforza anche la Brexit. Gli inglesi hanno dunque fatto bene a uscire dalla Ue, a dispetto delle profezie di sventura.
Occhio al merluzzo
A dieci anni esatti dal Referendum della Gran Bretagna, l’Islanda ha preso a schiaffi Bruxelles, infischiandosene di tutta la narrazione catastrofista. La traiettoria politica dei due paesi ha molte analogie, che non sono casuali: li accomuna la geografia, sono entrambe due isole; poi il loro passato, basato sui commerci marittimi; e infine gli interessi nazionali, che per entrambi trovano il loro fulcro nel merluzzo. Negli Anni 80, proprio la Gran Bretagna di Margareth Thatcher e l’Islanda arrivarono alla guerra, con tanto di navi militari che sparavano contro i pescherecci, per la pesca dei merluzzi.
Il nordico pesce dalle carni bianche è il vero termometro dei paesi del Mare del Nord. Per la seconda volta, l’Unione Europea è caduta sul merluzzo: chi lo tocca, muore. La pesca è stato uno dei grandi temi della Brexit e la medesima pesca è stato il motivo principale per cui gli islandesi hanno rifiutato la Ue: i pescatori inglesi hanno votato in massa per uscire da Eurolandia, e quelli islandesi per non entrarci, non perché il loro livello di istruzione non sia particolarmente elevato, come già la macchina della propaganda sta cercando di far credere, ma perché l’industria ittica ha un valore strategico, di natura geopolitica, economica e sociale.
Già al tempo della Guerra del Peloponneso, Tucidide aveva capito che chi comanda i mari, comanda il mondo. I grandi imperi della storia, e quello britannico ne è stato un fulgido esempio, sono tutti stati imperi fondati sul dominio navale e marittimo. Il filo rosso che lega il 2016 e il 2026 delle due isole dell’Europa nord occidentale è una sigla di tre lettere: PAC. Le politiche agricole comuni sono da sempre uno dei pilastri della Ue, tanto che furono già istituite nel lontano 1962. Modello rigido, dirigista e assistenzialista, cosa che la fa assomigliare più a un Piano Quinquennale sovietico che a una piattaforma per sostenere l’agricoltura, la PAC si base due principi distorti: sussidi e burocrazia. Bruxelles eroga fondi agli agricoltori in base all'estensione del terreno. Finisce che l'80% degli aiuti finisce a circa il 20% dei grandi proprietari o delle multinazionali, penalizzando le piccole aziende nazionali. Agricoltori e governi nazionali lamentano standard operativi e controlli eccessivamente complessi, che sottraggono tempo al lavoro nei campi; allo stesso tempo i prodotti alimentari che arrivano dai paesi Extra Ue non sono obbligati a tutti questi standard.
Per la pesca, poi, l’Ue stabilisce un regolamento a parte, la PCP, basato su due princìpi, quello delle quote, un tetto alla pesca; e quello della reciprocità, i paesi possono andare a pescare anche nelle acque di altri membri. I due pilastri, presi singolarmente, hanno senso ma applicati insieme impoveriscono quel paese che è molto ricco di pesce o che basa una grossa fetta della sua economia sulla pesca. La pesca, oggi marginalizzata e sopraffatta da industria e informatica, rimane un’attività fondamentale dell’umanità: l’Homo Sapiens l’ha inventata molto prima dell’agricoltura. A differenza degli allevamenti animali e degli ortaggi, l’industria ittica ancora oggi non è sotto il totale controllo dell’uomo; fa affidamento sui ritmi di riproduzione e ripopolamento del mare. Questa caratteristica atavica della pesca ha un suo peso politico che si tende a sottovalutare. Il controllo delle acque territoriali è dunque vitale, specialmente per l’Islanda che fa delle esportazioni di pesce una grossa voce dell’economia: la pesca pesa per il 30% della sua bilancia commerciale. E perché mai il paese dovrebbe metterla in mano alla Ue; perché dovrebbe consegnare le chiavi del suo benessere a un ente terzo che le imporrebbe regole decise altrove, contro i suoi interessi?
Gli islandesi hanno fatto una scelta di semplice buon senso, ma sollevano anche un tema molto più strutturale, che investe la sopravvivenza della Ue medesima. Cinque referendum popolari su cinque, su capisaldi della “costruzione europea", per usare un’espressione tanto cara agli Euroentusiasti, sono finiti tutti alla stessa maniera, ossia con il rifiuto degli elettori, non possono essere più solo una coincidenza. Sono un segnale conclamato: i burocrati, i politici, gli apparati cercano di imporre un modello che la gente non solo non vuole ma che ritiene dannoso. E infatti, ogni volta che ne ha la possibilità, vota sempre contro. Queste occasioni sono molto rare e la scarsità del voto popolare si spiega con il loro risultato: i Referendum sull’Euro non vengono concessi proprio perché altrimenti emergerebbe il malcontento e si metterebbe a repentaglio l’esistenza stessa della Ue.
C’è del marcio in Danimarca
La crisi di rigetto verso il trapianto di un organo estraneo nel corpo dell’Europa ci fu fin da subito. Nel 1992, pochi mesi dopo che era stato siglato il Trattato di Maastricht, che segnava la nascita dell’Euro e della Ue, i cittadini della Danimarca bocciarono quell’accordo (51% contro 49%).
Fu uno shock perché nessuno se lo aspettava ma fu anche così precoce che l’allarme di quel voto non fu colto o, meglio, il timore fu soppresso subito sul nascere. Il referendum della Danimarca diceva che governi e poteri forti avevano perso il contatto con i cittadini. E questo accadeva 34 anni fa: da allora, i tecnocrati europei hanno continuato con la testarda e suicida politica di una maggiore integrazione europea, culminata nella moneta unica, continuando a perdere ancora più contatto con la realtà quotidiana fino ad arrivare a oggi, dove la Ue ormai danneggia i suoi stessi cittadini.
Gli storici ricordano che c’era già stato ancor prima un altro segnale premonitore: nel lontano 1972, quando ancora l’Europa era solo la CEE e la Gran Bretagna aveva appena firmato il suo ingresso, la Norvegia bocciò, con un voto popolare, l’ingresso nel blocco europeo. Da allora, il paese è sempre fieramente rimasto fuori dall’Unione Europea e pure dalla sua sventurata moneta unica. La auto-marginalizzazione non le ha impedito di diventare uno dei paesi più ricchi del continente: il reddito pro-capite di Oslo è il più alto d’Europa.
Quello della Danimarca, però, era stato un No molto più pericoloso perché era arrivato a ridosso del Trattato di Maastricht: rischiava di minare le fondamenta della futura Ue ancor prima di essere gettate e questo la tecnocrazia franco-tedesca non lo poteva permettere. Si decise, dunque, che i danesi avevano “votato male”, concetto che sarebbe poi stato ripescato ogni volta che i cittadini hanno votato contro le imposizioni di Bruxelles, e che avrebbe dovuto rivotare (anche questo un altro stratagemma che sarebbe stato riproposto): nel 1993 la Danimarca tornò al voto e la seconda volta approvò Maastricht ma (dettaglio tenuto ben nascosto) solo perché aveva ottenuto una clausola di uscita (opt-out) che di fatto sterilizzava la stessa essenza dell’Ue. Sette anni dopo, la medesima Danimarca rifiutò l’adesione all’Euro. Nel 2003, fu poi la Svezia a dire No alla moneta creata in laboratorio.
OK, il prezzo è giusto
La relazione tra politica ed economia è, in realtà, un’equazione molto semplice: la gente va sempre a votare con il portafoglio. E per i cittadini comuni, il portafoglio non è tanto il Pil quanto il tenore di vita che è un’emanazione diretta del potere d’acquisto. Il costo della vita è la direttrice che guida l’umore di una famiglia, e dunque ne orienta il voto, e il costo della vita non è altro che quello che gli economisti chiamano inflazione.
Per oltre 20 anni, da quel Capodanno del 2002 quando fu introdotto l’Euro, il dogma intoccabile è stato che grazie alla moneta unica l’Europa ha mantenuto l’inflazione bassa. L’ex Ministro del Tesoro, nonché alto funzionario della BCE, Tommaso Padoa-Schioppa, era sempre stato “orgoglioso” di questo risultato. Ma è un falso storico: se per i primi 20 anni di vita dell’Euro i prezzi sono rimasti stabili, o addirittura scesi in alcuni casi, il merito non è stato della moneta unica, ma della Cina. L’ingresso di Pechino nel WTO ha portato a un’invasione mondiale di beni a basso costo che ha costretto anche le imprese europee a tenere bassi i loro prezzi per non finire fuori mercato. La Gran Bretagna e la Svizzera, sempre rimaste fuori dall’Euro, hanno ugualmente beneficiato di bassi prezzi. Il tema dell’inflazione serve anche per capire il voto degli islandesi.
L'Islanda che ha deciso di rimanere fuori dall’Euro (e dunque dalle maglie della BCE), ha un’economia sotto forte tensione. Reykjavík ha il record dei tassi di interesse più alti d'Europa: sono all'8%, livello fissato dalla banca centrale islandese, a fronte del 2,25% dell’Eurozona, livello fissato dalla BCE per tutti i paesi membri. In più, l’Islanda ha un'inflazione che ha reso i mutui difficilmente sostenibili per molte famiglie. I promotori del "Sì" facevano leva proprio sulla vecchia tesi di Padoa-Schioppa: entrare nell’Euro avrebbe portato benefici all’economia. Peccato che quella tesi sia completamente sbagliata. E gli elettori lo hanno capito meglio degli economisti.
L’ex Presidente del Consiglio Mario Monti - che prima di arrivare a Palazzo Chigi con una spregiudicata manovra del defunto Giorgio Napolitano, era stato rettore dell’Università Bocconi, uno dei centri dell’europeismo - anni fa disse che “l’Europa non ha bisogno di europei svogliati ma di europei volenterosi”. Il voto degli inglesi e degli islandesi dimostrano il contrario: gli europei non hanno alcuna voglia di quel Leviatano che è diventata l’Unione Europea. Non è un caso, dunque, che le due isole atlantiche, i due paesi europei più vicini, anche geograficamente, agli Stati Uniti, abbiano deciso di dire No. Islanda e Gran Bretagna si trovano oggi molto meglio posizionate sullo scacchiere internazionale: fuori dalla confusa e contraddittoria politica estera dell’Eurozona (contro la Russia, che è una proxy della Cina, ma filo-cinese), i due paesi non possono che rafforzare il loro atlantismo; la loro proiezione strategica tenderà a spostarsi verso Washington. E’ un riallineamento logico e sensato in un mondo che sta tornando a essere bipolare o multipolare, ma sotto l’ombrello di due schieramenti: the West and the Rest, per citare Niall Ferguson. Dove il West siamo noi e il Rest sono Russia, Cina, Arabia Saudita, insomma tutte le nuove potenze monocratiche. Il mondo occidentale non dovrebbe avere il minimo dubbio su dove schierarsi.
Simone Filippetti
Foto di Nicolas J Leclercq su Unsplash



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