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Società aperta e immigrazionismo: un servizio alla Fratellanza Musulmana

  • 3 giorni fa
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L'immigrazionismo fornisce alla Fratellanza Musulmana uno strumento strategico per radicarsi in Occidente. Flussi migratori consistenti, se non accompagnati da un'efficace assimilazione culturale e da un rigoroso controllo delle reti associative, ampliano gli spazi nei quali l'organizzazione può esercitare influenza politica, religiosa e sociale, consolidando nel tempo la propria presenza

E’ graduale ma inesorabile il processo di infiltrazione ed occupazione dell’Occidente da parte della Fratellanza Mussulmana, che si muove con e fra i flussi migratori dei decenni scorsi e attuali, ed è portatrice di un progetto politico-religioso del tutto incompatibile con i principi fondamentali delle democrazie liberali.


La strategia dell'infiltrazione


La Fratellanza non è semplicemente un movimento religioso, ma un'organizzazione politica che mira a influenzare e colonizzare, per occuparle, la società e le istituzioni occidentali, per

sostituirsi ad esse nell’obbiettivo di globalizzare l’islam integralista, quello considerato degli

antenati, e quindi l’unico che possa piacere ad Allah. Del resto, come dice la parola stessa Islam significa “sottomissione” dell’uomo a Dio, un Dio con cui non è possibile il confronto, che è dogma immutabile e non discutibile, e sottomissione dell’umanità intera a quel Dio. L’Islam è religione di conquista e sottomissione, ed entrambe sono atto di vera fede. La Fratellanza cavalca la globalizzazione solo per globalizzare l’Islam. La Fratellanza, pertanto, si propone di utilizzare associazioni culturali, religiose e sociali per costruire consenso ed influenza, per promuovere una visione della società fondata sulla centralità della religione nella sfera pubblica, in contrasto con la separazione tra religione e Stato tipica delle democrazie occidentali, per diffondere posizioni inconcepibili per il nostro mondo riguardo ai diritti delle donne, alla libertà religiosa, all'apostasia, all'omosessualità e all'uguaglianza tra i sessi, preparando e coltivando il terreno ideologico da cui possono svilupparsi forme più radicali e violente di islam, anche favorendo forme di comunitarismo che devono ostacolare l'integrazione dei musulmani nelle società europee.


E per invero se l’obiettivo è l’occupazione dell’Occidente per imporvi l’Islam, non deve esserci l’integrazione, non può avvenire la diluizione della comunità mussulmana nelle comunità indigene. La diluizione deve essere solo simulata. Il ventre molle dell’Occidente perdonista, buonista, terzomondista che si è innamorato della mistica dell’alterità, che ancora si dibatte nel senso di colpa autoindotto, offre al progetto di occupazione della Fratellanza ampie e ottime chances. Le istituzioni democratiche occidentali non hanno gli anticorpi per fronteggiare l’assalto di chi le istituzioni le vuole corrodere da dentro per occuparle. Anzi: un Occidente che insiste a voler comprendere l’esasperazione islamica, a farsi masochisticamente accusare e processare a ogni piè sospinto di islamofobia come per espirare antiche presunte colpe per presunti antichi soprusi, ha aperto le porte a quelle che vengono definite da R. Cristin “la deculturazione multiculturalista e la decivilizzazione plurietnica” (I padroni del caos, Liberilibri) e offre sul vassoio d’argento gli spazi di infiltrazione. In nome della tolleranza siamo invitati ad approvare silenziosamente l’intolleranza delle altre società verso di noi.


Il manuale del mujahid


L’Occidente è Dar-al- Hab, la casa della guerra perché è la casa degli infedeli e ogni mezzo è buono pur di infiltrarsi e annidarsi. Così la taqyya, la menzogna. Categoria assolutamente non compresa dagli occidentali. Eppure, non ricordiamo che gli attentatori di 9/11 hanno addirittura bevuto alcool in un locale notturno newyorkese (luogo di perdizione) pur di confondersi e ingannare? Una menzogna buona e giusta se serve per conquistare l’infedele e sottometterlo. Tant’è che è stato addirittura condiviso il manuale jihadista “How to survive in the west A Mujahid Guide", che viene spesso citato da Alexandre Del Valle, politologo di grande fama. Il messaggio centrale del testo è: il musulmano radicalizzato che vive in Occidente deve riuscire a operare senza essere individuato. Il manuale presenta l'Occidente come un ambiente ostile, rafforzando l'idea che il musulmano in Occidente sia in una condizione di guerra permanente.


Si diceva, l’obiettivo strategico non consente l’integrazione, se non simulata. E questo è visibile a tutti: è comprovato il largo rifiuto ad apprendere la lingua del paese ospitante, l’elevato grado di abbandono scolastico delle bambine e delle ragazzine spesso fatte ritornare in patria per non essere contaminate dall’esperienza occidentale, la sempre maggiore clausura domestica delle donne e la generale involuzione della condizione femminile (non dovrebbe sfuggire il sempre più ampio ricorso al burqa a coprire le donne mussulmane in Occidente, e non dovrebbesfuggire il significato della parola burqa: ‘pecora, animale da soma’). Ed ancora, la creazione di tribunali religiosi della Shaaria (in alcuni casi persino avallati dalle istituzioni occidentali), la creazione di isole territoriali chiuse e totalmente impermeabili all’assimilazione. Come ha scritto Filkenkraut “l’accolto rifiuta l’accogliente”. Ma d’altro canto, la spinta tattica è sempre più audace a inserirsi in istituzioni, municipalità, creare contatti con la politica per condividere il messaggio e cercare nuove scale per ascendere (come si è visto nelle recenti candidature in diversi consigli comunali italiani, tutte con campagne in sola lingua araba e con l’invocazione ad Allah).


La società aperta e la conquista dell'Occidente


Eppure, come si diceva, l’obiettivo è dichiarato, non si può non conoscerlo e non tenerne conto. Basta voler leggere ed ascoltare. Basti pensare ai Qatar Papers, un libro-inchiesta pubblicato nel 2019 dai giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot, che contengono tutte le prove sul ruolo tentacolare del Qatar attraverso la Qatar Charity nel finanziare in Europa organizzazioni, moschee, scuole e centri culturali vicini ai Fratelli Musulmani. Anche massicciamente in Italia. I Qatar Papers dimostrano inequivocabilmente la strategia di espansione (tamkeen) graduale e non violenta dell'influenza (comunque estremista) dei Fratelli Musulmani in Europa. Investimenti economici e attività caritatevoli come strumenti di influenza religiosa e ideologica. E’ il classico lupo travestito da agnello.

Chiara conferma ne è Il “Progetto" politico militare scoperto dalla polizia svizzera in una villa

di Youssef Nada vicino a Lugano nell’ambito di una perquisizione nelle indagini sulle reti

finanziarie legate alla Fratellanza Musulmana dopo l’11 settembre 2001 (il documento fu poi

reso noto più ampiamente negli anni successivi, anche grazie al lavoro del giornalista svizzero Sylvain Besson, autore nel 2005 del libro La conquête de l’Occident, che ricostruì la vicenda). Youssef Nada fu accusato dagli Stati Uniti e da altri governi di avere legami finanziari con reti jihadiste e con Osama bin Laden.


Il “Progetto”, che è chiamato “la conquista dell’Occidente”, contiene dodici espliciti punti

strategici che confermano quanto sopra detto: stabilire una presenza organizzata e stabile nei Paesi occidentali, creando e rafforzando associazioni islamiche locali; costruire moschee e centri culturali come punti di aggregazione e condivisione religiosa; sviluppare scuole, attività educative a formazione religiosa; costruire reti di sostegno economico e finanziario; formare una nuova generazione di dirigenti e attivisti che sappiano muoversi attraverso i meccanismi delle istituzioni e della società occidentale utilizzando strumenti mediatici e comunicativi ed anche gli strumenti legali e le campagne giudiziarie, partecipando alla vita pubblica e alle istituzioni dei Paesi ospitanti per influire nel dibattito pubblico e mediatico, sempre presentando le attività come pienamente compatibili con la legalità e le regole democratiche. Collaborare con altre organizzazioni islamiche quando utile così da rafforzare progressivamente l'influenza culturale e sociale della comunità islamica. Perché la comunità islamica, la umma, è una comunità senza confini, non solo territoriali, ma pervasiva e totalizzante nella cultura, nel diritto, nel costume e nella unitarietà: ogni mussulmano nel mondo, ovunque sia, è prima di tutto parte della umma e prima di tutto al servizio della umma. Non dimentichiamo l’Explanatory Memorandum del 1991, documento riferito al Nord America che definisce la missione come un processo di trasformazione sociale e culturale di lungo periodo.


Ed ancora, il messaggio che l’Occidente si ostina a non voler ascoltare è nelle parole, riprese

da R. Cristin in “i Padroni del Caos”, di un alto dignitario mussulmano dichiarò, senza riserve

alcune, al vescovo di Smirne “grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo e con la

nostra religione vi sottometteremo” o in quelle dello Sheik al Qaradawi che nel 2007 ai

microfoni di Al Jazeera (braccio e voce della Fratellanza) apertamente dichiarò “la conquista di Roma, dell’Italia e dell’Europa significa che l’Islam tornerà in Europa ancora una volta. L’islam tornerà in Europa non con la spada ma con la predicazione e le idee”. Un esempio di infiltrazione graduale ma pervasiva è rappresentato dal partito Denk in Olanda, primo partito islamico con notevole bacino di voti e forte rappresentanza parlamentare. I suoi

rappresentanti hanno un’agenda ben precisa: la parificazione delle scuole islamiche con quelle pubbliche, la separazione dei sessi, l’aumento delle quote di accoglienza, l’istituzione di un registro del Razzismo con il quale monitorare e sanzionare i politici che facciano dichiarazioni islamofobe oltre alla creazione di una specifica polizia del razzismo, assegnazione agli immigrati delle case vuote degli Olandesi, assunzione obbligatoria di una quota del 10% di immigrati, nel pubblico e nel privato.


Islam: un progetto di guerra ibrida


E’ una guerra commerciale, culturale e demografica. Che trova un Occidente assolutamente

impreparato, che non comprende la visione monocromatica islamica della vita e della fede, una visione che non accetta che la ragione metta in discussione i propri dogmi. Un Occidente che, essendosi disinnamorato di se stesso, cerca altri innamoramenti e li trova nell’allogeno affannandosi a distinguere fra Islam moderato e islam fanatico, ma dimenticando il silenzio assordante da parte di quell’islam moderato di fronte agli orribili attentati terroristici che hanno fatto sanguinare mezza Europa e non solo.


E così il Qatar non viene guardato come tutor e complice dello Stato islamico, ma come icona del lusso, degli affari, del calcio, delle olimpiadi, della moda. Eppure, il progetto della Fratellanza contiene e prevede l’aumento del radicalismo che sempre accompagna l’estremismo. Anche il disagio individuale viene utilizzato come carburante di una “missione collettiva”, la ricerca della identità mussulmana, dell’appartenenza, del riscatto. La Fratellanza è mobilitazione politico religiosa comunitaria, usa una strategia gradualista,

l’islamizzazione dal basso, l’occupazione dal basso, dalle scuole, le università, i consigli

comunali. E la partecipazione diventa vettore di radicalizzazione. L’Islam non sarà mai

dominato, ma dominerà, e questo il messaggio che arriva chiaro e forte. Difficile il confronto

fra questo tipo di mobilitazione e, per esempio, certe categorie giuridiche occidentali. La libertà religiosa è protetta ma può interferire con il diritto alla sicurezza, la dawa è protetta ed anche il proselitismo lo è pur se normalizza una visione dicotomica del mondo per cui da una parte c’è la buona umma e dall’altra la comunità di infedeli.


Ed anche quando contrasta con certi valori liberali? La radicalizzazione non è un reato ma sicuramente è un processo che porta a conseguenze molto difficilmente gestibili in un sistema democratico. Dov’è il punto di caduta fra libertà e rischio e chi lo traccia? La radicalizzazione matura proprio in quell’ambiente di ambienti chiusi, in cui la mobilitazione

come riscatto, anche identitario, diventa catalizzatrice non solo di disagio sociale, ma di vero e proprio atto di fede. Come sostiene Souad Sbai in ISIS la radicalizzazione è un processo ideologico prima ancora che militare. Il jihadismo salafita costruisce una visione del mondo coerente e capace di attrarre individui in cerca di identità, appartenenza e significato. La radicalizzazione non inizia con la violenza, ma con un processo di costruzione ideologica. Il jihadismo riesce a conquistare le persone prima sul piano culturale e psicologico e solo successivamente sul piano operativo e terroristico.


Molto accurata la tesi di Fethi Beslama in “Un furioso desiderio di sacrificio” secondo il quale il passaggio è poi breve verso la creazione del super mussulmano e del terrorista: il concetto di super mussulmano (surmusulman in francese) descrive una figura psicologica e sociale che emerge quando l'identità musulmana viene investita di un significato assoluto e idealizzato. L'idea centrale è che il soggetto non si limita a essere musulmano: sente il bisogno di essere più musulmano degli altri, di incarnare una versione perfetta, pura e incontestabile dell'Islam, quello degli antenati. Questo ideale diventa una sorta di "super-identità" che pretende di eliminare dubbi, conflitti interiori, fragilità e ambivalenze: il super musulmano nasce quando l'identità religiosa smette di essere una dimensione della persona e diventa l'intera persona. Ilfenomeno del super musulmano e quello del sacrificio sono strettamente legati e il sacrificio diviene il valore supremo: la vita individuale perde importanza rispetto alla causa e la morte (propria o di chi è considerato portatore di disordine morale e infedele) può essere interpretata come compimento dell'ideale. E al sacrificio è legato il “godimento”: il soggetto ricava una particolare soddisfazione dall'avvicinarsi sempre di più all'ideale assoluto che si è imposto. Trae godimento dal sentirsi separato da un mondo considerato corrotto o impuro, anche sacrificando desideri personali, affetti o progetti di vita per una causa più grande. Si percepisce come eletto, diverso, superiore alla massa e quindi l'idea di offrire la propria vita può diventare fonte di esaltazione e non solo di paura. L'idea di offrire la propria vita può diventare fonte di esaltazione e non solo di paura.


Qui emerge un paradosso importante: ciò che dall'esterno appare come sofferenza o privazione, per il soggetto può essere vissuto come una forma intensa di pienezza. Per questo Benslama ritiene che non sia sufficiente spiegare la radicalizzazione con la povertà o l'ignoranza. L’indottrinamento, quello della Fratellanza Mussulmana che chiama ad un maggior rigore di fede (“surenchère", cioè una continua escalation) e di costume e alla unitarietà della umma come unica comunità in grado di rispondere al desiderio di purezza assoluta, di appartenenza e di compensazione di fragilità.


La radicalizzazione passa attraverso la negazione e il rifiuto degli ordinamenti, della

coesistenza e della pace sociale: per questo molti paesi arabi hanno già messo al bando la

Fratellanza e sollecitato l’Europa ad adottare strategie che ne attenzionino l’infiltrazione.

L’Europa sonnecchia. E’ necessario e improcrastinabile un maggiore controllo e la richiesta di trasparenza sui finanziamenti provenienti dall'estero a moschee, associazioni e centri culturali islamici, il monitoraggio delle organizzazioni vicine all'islam politico o alla Fratellanza, la promozione dell'integrazione linguistica da cui dipende anche quella civica (non si può far parte di una comunità se si rifiuta addirittura di parlarne la lingua), con particolare attenzione all'uso della lingua italiana negli spazi religiosi e associativi; e il sempre più necessario sostegno alle donne musulmane che denunciano pressioni comunitarie. Non c’è davvero più tempo.


Cristina Franco


Foto di Haidan su Unsplash

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