L'immigrazionismo come ideologia politica e il caso per la remigrazione
- 2 ore fa
- Tempo di lettura: 5 min
Per oltre mezzo secolo l'Occidente ha trattato l'immigrazione di massa come un fenomeno inevitabile e generalmente benefico. Tale impostazione ha progressivamente assunto i caratteri di una vera e propria ideologia, sottraendo il tema migratorio al normale scrutinio politico. La letteratura accademica offre tuttavia elementi sufficienti per mettere in discussione molte delle assunzioni alla base dell'immigrazionismo. Gli studi sul capitale sociale suggeriscono che elevati livelli di eterogeneità possano incidere sulla coesione delle comunità; l'economia dell'immigrazione evidenzia effetti redistributivi che tendono a penalizzare alcuni segmenti della forza lavoro; la teoria politica contemporanea mostra come la politica delle identità abbia progressivamente sostituito il tradizionale paradigma della lotta di classe. In questo contesto, la remigrazione emerge come una proposta politica discutibile o condivisibile, ma non più rinviabile all'interno di una democrazia liberale.
L'immigrazione come scelta politica
L'errore fondamentale dell'immigrazionismo consiste nel presentare l'immigrazione come una necessità storica piuttosto che come una scelta politica. Nessuna legge economica impone l'apertura permanente delle frontiere; nessuna legge morale impone l'accettazione indefinita di trasformazioni demografiche su larga scala.
Come ha osservato Christopher Caldwell, l'immigrazione contemporanea rappresenta una delle più profonde trasformazioni politiche vissute dall'Europa nel secondo dopoguerra, poiché modifica direttamente la composizione delle popolazioni e quindi il soggetto stesso della sovranità democratica. Se la democrazia presuppone l'esistenza di un demos, la dimensione quantitativa e qualitativa dei flussi migratori non può essere considerata una questione secondaria.
Coesione sociale e stabilità
Una delle principali giustificazioni dell'immigrazione di massa consiste nell'idea che la diversità produca automaticamente società più aperte, dinamiche e innovative. La ricerca empirica presenta un quadro più complesso.
Nel suo celebre studio E Pluribus Unum, Robert Putnam rilevò che l'aumento della diversità etnica tende ad associarsi, almeno nel breve periodo, a una diminuzione della fiducia interpersonale e della partecipazione civica. Gli individui mostrano minore fiducia non soltanto verso i gruppi esterni, ma anche verso i membri del proprio gruppo. Putnam descrisse questo fenomeno come una tendenza generale al "ripiegamento" sociale.
Analogamente, gli studi di Alberto Alesina & Edward Glaeser hanno evidenziato come la frammentazione etnica possa incidere negativamente sulla produzione di beni pubblici e sulla cooperazione collettiva. L'assunto secondo cui una crescente eterogeneità sarebbe sempre socialmente neutrale trova dunque scarso sostegno nella letteratura comparata.
Il problema non riguarda la dignità degli individui coinvolti, bensì la capacità delle istituzioni di preservare fiducia, solidarietà e ordine pubblico in presenza di trasformazioni demografiche particolarmente rapide.
Immigrazione e mercato del lavoro
Sul piano economico, la difesa dell'immigrazione si fonda spesso sull'idea che essa generi crescita. Tale affermazione è generalmente corretta sul piano aggregato, ma non esaurisce la questione.
George Borjas, probabilmente il più influente economista dell'immigrazione negli Stati Uniti, sostiene che i benefici dell'immigrazione siano distribuiti in modo asimmetrico. L'aumento dell'offerta di lavoro tende a favorire imprese e consumatori, ma può esercitare una pressione al ribasso sui salari delle categorie che competono direttamente con i nuovi arrivati.
L'immigrazione non produce quindi soltanto crescita; produce anche redistribuzione. La domanda politica centrale diventa allora chi guadagni e chi perda da tale redistribuzione. Da questa prospettiva, l'immigrazione di massa può essere interpretata come uno strumento di moderazione salariale che trasferisce parte del potere contrattuale dai lavoratori ai datori di lavoro.
La retorica dell'immigrazione come politica necessariamente favorevole alle classi popolari appare pertanto difficilmente conciliabile con una parte significativa della letteratura economica.
La nuova teoria del conflitto
L'aspetto più interessante dell'immigrazionismo non è probabilmente quello economico, ma quello politico.
Il marxismo classico individuava nel proletariato il soggetto rivoluzionario della storia. La crescente integrazione delle classi lavoratrici nelle società occidentali ha progressivamente privato la sinistra del proprio tradizionale punto di riferimento.
Autori come Christopher Lasch, Mark Lilla ed Eric Kaufmann hanno osservato come la politica contemporanea si sia progressivamente spostata dalle questioni economiche alle questioni identitarie. Le categorie centrali non sono più classe, salario e proprietà, bensì identità, riconoscimento e appartenenza.
In tale contesto, l'immigrazione assume una funzione politica particolarmente rilevante. Essa genera nuove minoranze, nuove domande di tutela e nuove rivendicazioni collettive. Il conflitto non scompare; cambia oggetto. Alla contrapposizione tra capitale e lavoro si sostituisce quella tra maggioranza nazionale e gruppi identitari.
L'immigrazionismo può dunque essere interpretato come la traduzione demografica della politica delle identità. Non una semplice politica pubblica, ma un meccanismo di riproduzione del conflitto politico in una fase storica nella quale il conflitto di classe ha perso gran parte della propria forza mobilitante.
Welfare e solidarietà nazionale
Lo Stato sociale moderno non nasce in contesti multiculturali. Nasce all'interno di comunità caratterizzate da un elevato grado di solidarietà nazionale.
Gli studi di Alesina & Glaeser hanno mostrato come la disponibilità alla redistribuzione sia strettamente collegata alla percezione di appartenenza a una medesima comunità politica. Quanto più una società appare frammentata, tanto più tende a diminuire il consenso nei confronti dei programmi redistributivi.
L'immigrazione di massa introduce pertanto una tensione strutturale. Da un lato aumenta il numero dei beneficiari potenziali dei servizi pubblici; dall'altro può indebolire le basi culturali e psicologiche della solidarietà fiscale.
L'idea che sia possibile combinare senza limiti immigrazione di massa, welfare esteso e coesione sociale costituisce un'ipotesi che la ricerca comparata non conferma in modo univoco.
L'Islam e la questione civilizzazionale
Tra i temi più controversi del dibattito contemporaneo vi è il rapporto tra Islam e civiltà occidentale.
Samuel Huntington sosteneva che il mondo successivo alla Guerra fredda sarebbe stato caratterizzato da competizioni e tensioni tra grandi aree civilizzazionali. Sebbene molte delle sue conclusioni siano state contestate, la sua intuizione fondamentale conserva una notevole capacità esplicativa: le differenze culturali profonde continuano a esercitare un ruolo politico significativo.
Sostenere che possano esistere tensioni tra l'Islam tradizionale e i principi del costituzionalismo liberale occidentale non equivale a formulare un giudizio morale sui musulmani. Significa riconoscere che sistemi di valori differenti possono generare conflitti normativi.
Una società libera dovrebbe consentire la discussione di questa ipotesi senza trasformare una delle possibili risposte in un articolo di fede obbligatorio.
Il caso per la remigrazione
Se l'immigrazione è una scelta politica, anche la sua revisione è una scelta politica.
L'argomento principale a favore della remigrazione è di natura democratica. Una comunità politica conserva il diritto di determinare la propria composizione, di controllare i propri confini e di correggere politiche ritenute fallimentari.
La remigrazione può assumere forme differenti: rimpatrio degli immigrati irregolari, espulsione degli stranieri responsabili di gravi reati, programmi di ritorno volontario incentivato, revisione delle procedure di naturalizzazione. Ciò che accomuna tali misure è il riconoscimento del principio secondo cui le trasformazioni demografiche non sono necessariamente irreversibili.
L'immigrazionismo si fonda sull'idea che i cambiamenti prodotti dall'immigrazione di massa debbano essere accettati come dati permanenti. La remigrazione parte invece da una premessa diversa: una nazione mantiene sempre il diritto di ridefinire democraticamente il proprio futuro.
Si può condividere o respingere questa conclusione. Ciò che non appare compatibile con una società libera è la pretesa che essa non possa nemmeno essere discussa.
Bepi Pezzulli è il Presidente e Direttore Politico di Italia Atlantica. E' un Solicitor in Inghilterra e Galles e un Avvocato in Italia esperto di politica estera. E' consigliere del Great British PAC e di Britain Unbound. Twitta come @bepipezzulli.



Commenti