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La balcanizzazione della destra britannica: frammentazione e crisi di potere

  • 26 apr
  • Tempo di lettura: 5 min
Il movimento conservatore ha scambiato la frammentazione per purezza ideologica — e deve ora reimparare la disciplina del potere. Il modello è il GOP USA: l'unità è funzione della leadership.

La destra britannica è riuscita in un’impresa rara: dividersi con energia senza ottenere alcun beneficio apprezzabile. Il conservatorismo appare oggi come un circolo i cui membri si sono dimessi in massa per dar vita a sodalizi più piccoli ed esclusivi, ciascuno persuaso di incarnare da solo l’autentica tradizione, ma nessuno in grado di conquistare alcunché.

Ciò che viene presentato come rinnovamento è, in realtà, una forma di balcanizzazione: una proliferazione di fazioni che confonde la moltiplicazione con la forza.


La vecchia coalizione conservatrice non era mai stata armoniosa, ma era ampia. Conteneva tensioni e, soprattutto, governava. Il panorama odierno offre invece una maggiore nitidezza di tono al prezzo della perdita di potere.


Al centro, il Partito Conservatore conserva l’apparato residuale di governo, ma non l’autorità necessaria a metterlo in azione. La sua difficoltà non è soltanto elettorale, ma anche intellettuale. Kemi Badenoch richiama i principi del conservatorismo classico — mercato, ordine, continuità — ma il partito resta vincolato a un equilibrio interno plasmato da un riflesso manageriale. La corrente One Nation non ha tanto moderato il partito quanto lo ha diluito, sostituendo l’argomentazione con la mera calibrazione. Questa deriva è stata rafforzata da una disposizione europeista, associata a Prosper UK, che tende a ricondurre la politica a un esercizio tecnocratico fondato sull’allineamento regolatorio e sulla continuità istituzionale. Figure come Ruth Davidson, Andy Street, David Gauke e Amber Rudd incarnano questo approccio, trattando la politica come amministrazione degli interessi organizzati. Il loro orientamento offre equilibrio, ma non direzione. Un partito che si esprime nel linguaggio della gestione scopre inevitabilmente che gli elettori esigono uno scopo. Ne è derivata una perdita non soltanto di voti, ma di senso.


Reform UK ha occupato questo vuoto. Nigel Farage, inizialmente interprete dell’eredità thatcheriana — bassa tassazione, governo minimo, sovranità nazionale — si è progressivamente trasformato in qualcosa di più indeterminato. Oggi Reform UK può essere inteso come un cartello populista: una struttura concepita per assorbire il malcontento più che per risolverlo. Nelle sue file figurano ex conservatori di orientamenti assai diversi, da Nadine Dorries a Nadhim Zahawi: la prima, è l'artefice dell’Online Safety Bill, normativa che il partito osteggia da sempre; il secondo, a lungo favorevole a politiche migratorie aperte, è una figura difficilmente conciliabile con una piattaforma costruita su posizioni anti-immigrazioniste. Tale eterogeneità non segnala una sintesi, ma un’accumulazione. Reform UK eccelle nella diagnosi: dà voce al malcontento con chiarezza e forza. Ma quando si passa alla prescrizione, alla concreta arte del governo, l’indeterminatezza emerge. L’energia non gli manca; gli difetta la direzione.


Advance UK, è il suo contrari e si caratterizza per la chiarezza intransigente. È la formazione più coerente sul piano interno, si distingue per la serietà dell’approccio alle politiche pubbliche e per il tentativo di colmare il divario tra retorica e attuazione. L’innovazione di affiancare progetti di legge agli impegni elettorali denota un rispetto non comune per le esigenze della macchina di governo. Qui, però, si manifesta un paradosso. Advance UK appare come un partito potenzialmente pronto a governare, ma la sua serietà istituzionale entra in tensione con le dinamiche della politica di massa. Ben Habib argomenta con precisione accademica là dove altri si affidano agli umori; persuade gli attenti, ma non intercetta ancora gli inquieti. In politica, la coerenza intellettuale è necessaria, ma raramente sufficiente.


Più oltre sullo spettro si colloca Restore Britain. La forza di Rupert Lowe è immediata: la capacità di mobilitare. La sua retorica è incisiva, il suo appello diretto, il suo senso di urgenza evidente. Eppure, la mobilitazione non equivale all'amministrazione. Sotto l’energia del movimento si coglie una marcata carenza di profondità programmatica e di rigore amministrativo. Ancora più problematico è il clima intellettuale che ne circonda l’orbita. Alcuni elementi mostrano un’inclinazione verso forme di etnonazionalismo difficilmente compatibili con il carattere costituzionale del Regno Unito. Una politica che giunga a contrapporre identità anglosassoni, celtiche o gaeliche come progetti nazionali distinti rischia di incrinare la base civica dell’Unione. La tenuta della Gran Bretagna non è dipesa dalla risoluzione della questione identitaria, ma dalla scelta di non assolutizzarla.


Nel loro insieme, queste formazioni non rappresentano pluralismo, bensì disgregazione. Ciascuna coglie un frammento di ciò che una destra efficace richiede, ma nessuna riesce a ricomporre l’insieme. I Conservatori mantengono l’apparato, ma mancano di convinzione; Reform UK articola il malcontento, ma fatica a tradurlo in politica; Advance UK costruisce un’architettura credibile di governo, ma non ha ancora conciliato tale serietà con la politica di massa; Restore Britain sa mobilitare, ma non può governare.


A questa frammentazione si sovrappone una più profonda incertezza circa l’identità nazionale, evidente nel dibattito sul multiculturalismo, dove la destra oscilla tra rimozione ed eccesso. Il multiculturalismo ha fallito. Nato come cornice per accogliere la differenza culturale entro un ordine civico condiviso, ha spesso prodotto assetti paralleli anziché integrazione. Comunità distinte hanno sviluppato strutture sociali operanti al di fuori della sfera civica comune, mantenendo norme e autorità proprie. Il problema non è la diversità, ma la disconnessione.


Questo va distinto dalla multirazzialità. La Gran Bretagna è da tempo una società multirazziale, e ciò non costituisce il suo problema principale. Una società può essere multirazziale e coesa; non può sostenere indefinitamente ordini civici concorrenti. Israele offre un termine di paragone evidente: multirazziale, ma ancorato a un’unica identità politica.


Nel contesto britannico, la riluttanza ad affermare norme comuni ha indebolito il senso di appartenenza a un quadro condiviso. Ne è derivata un’erosione progressiva della fiducia e la percezione crescente di una diseguale applicazione delle regole. La risposta politica si è rivelata insufficiente: da un lato un istinto manageriale incline a minimizzare, dall’altro voci più accese che amplificano il problema senza disciplina.


A questo, si aggiunge una convergenza emergente tra segmenti della sinistra progressista e correnti islamiste, soprattutto nella comune ostilità verso taluni aspetti del capitalismo liberale e delle norme sociali occidentali. Negli Stati Uniti, dinamiche analoghe hanno contribuito all’acuirsi delle tensioni e alla riemersione di retoriche antisemite in alcuni ambienti attivisti. Anche la Gran Bretagna mostra segnali di analoga pressione.

Le questioni identitarie alimentano direttamente la frammentazione della destra. Un movimento incapace di definire cosa sia la nazione difficilmente potrà concordare su come governarla.


Il confronto con gli Stati Uniti risulta istruttivo. Il Partito Repubblicano, pur attraversato da tensioni interne, continua a funzionare come una vasta coalizione, capace di ospitare orientamenti differenti sotto un medesimo tetto. La sua forza non risiede nell’armonia, ma nella gerarchia: nella capacità di stabilire quale componente detti l’agenda. Donald Trump lo ha dimostrato imponendo una chiara direzione e marginalizzando correnti dissenzienti. Una leadership di tal fatta risolve i conflitti interni e determina chi esercita il controllo politico. Qui risiede il punto decisivo: la politica non è determinata da chi vi prende parte, ma da chi ne orienta la scrittura. La destra britannica sembra averlo dimenticato. Ha privilegiato la separazione rispetto alla strategia, la purezza rispetto al potere. Ciascuna fazione si comporta come se l’autonomia fosse un fine, e non il preludio all’irrilevanza.

La riunificazione non è questione di sentimento, ma di meccanica politica. Una coalizione ampia non costituisce un lusso, bensì una necessità. Il problema non è chi vi possa accedere, ma chi ne eserciti la guida: chi stabilisce le priorità, chi elabora le politiche, chi dirige l’apparato statale.


Questa contesa non può essere vinta dai margini. Deve svolgersi all’interno di una struttura capace di prevalere. In difetto, si profila un’opposizione permanente composta da fazioni sempre più esigue e sempre più pure, ciascuna soddisfatta della propria coerenza, ma nessuna in grado di incidere sul destino del Paese. Un movimento incapace di condividere un partito potrebbe presto scoprire di non saper condividere neppure una nazione.


Bepi Pezzulli è il Presidente e Direttore Politico di Italia Atlantica. E' un Solicitor in Inghilterra e Galles e un Avvocato in Italia esperto di politica estera. E' consigliere del Great British PAC e di Britain Unbound. Twitta come @bepipezzulli.

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