La doppia morale di Madrid e l'anticolonialismo selettivo di Ceuta e Melilla
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La Spagna di Sánchez rivendica una postura morale su Palestina, decolonizzazione e diritto internazionale, ma applica questi principi in modo selettivo, proteggendo le proprie enclave coloniali di Ceuta e Melilla e ostacolando gli alleati atlantici. In questo contesto, il rafforzamento dell’asse tra Marocco, Israele e USA punta a trasformare proprio quelle enclavi nel principale punto di pressione strategica contro Madrid.
La Spagna di Pedro Sánchez ha scelto di presentarsi come paladina morale dell’Occidente, ma sempre a spese degli alleati che ne garantiscono sicurezza, prosperità e stabilità strategica. Madrid sventola la retorica della decolonizzazione quando conviene, denuncia Israele con toni quasi ossessivi, ostacola gli Stati Uniti sul dossier iraniano, pretende protezione NATO senza voler sostenere seriamente l’onere della difesa, e allo stesso tempo conserva nel Nord Africa due enclave coloniali che esistono soltanto grazie alla forza e all’inerzia storica: Ceuta e Melilla.
L’ipocrisia della decolonizzazione selettiva
La contraddizione è evidente. La Spagna riconosce lo Stato di Palestina, accusa Israele di violazioni sistematiche del diritto internazionale, parla di autodeterminazione e anticolonialismo, ma quando il principio si avvicina alle proprie frontiere diventa improvvisamente sacro il dogma dell’integrità territoriale. Ceuta e Melilla, enclavi europee sulla costa marocchina, sono trattate come intoccabili reliquie imperiali, mentre Madrid pretende di impartire lezioni morali al resto del mondo. È un doppio standard tanto vistoso quanto insostenibile.
Rabat capisce la geopolitica, Madrid no
Il Marocco, al contrario, comprende il linguaggio della realtà geopolitica. Rabat ha firmato gli Accordi di Abramo, ha consolidato una cooperazione strategica con Israele e ha ottenuto dagli USA il riconoscimento della propria sovranità sul Sahara Occidentale, un risultato diplomatico che Madrid non è mai riuscita a contrastare seriamente. Washington ha capito che Rabat è un partner affidabile: controlla una regione cruciale, coopera sul controterrorismo, sulla sicurezza energetica, sulla migrazione e sulla stabilità mediterranea. La Spagna offre invece moralismo intermittente, ambiguità strategica e una costante tentazione di sabotare l’architettura atlantica dall’interno.
Ceuta e Melilla come leva strategica
Non sorprende che, in ambienti strategici americani e israeliani, l’idea di riallinearsi più apertamente alle posizioni marocchine su Ceuta e Melilla venga considerata sempre meno impensabile. Non si tratta necessariamente di una politica formalizzata, ma di una leva potenziale. Se Madrid insiste nel trasformare la politica estera in una piattaforma di ostilità verso Israele e di freno verso gli USA, allora la questione delle enclavi può diventare uno strumento di pressione perfettamente legittimo. La Spagna ha scelto di internazionalizzare ogni conflitto che le conviene; non può pretendere immunità quando la stessa logica si applica alle sue vulnerabilità.
Il vero punto debole della narrativa spagnola
Ceuta e Melilla sono il punto più debole del discorso morale spagnolo. Se Sánchez vuole fare della decolonizzazione una bandiera, dovrebbe assumere una postura revisionista a partire dalle vestigia coloniali dell'Impero spagnolo. Il Marocco rivendica da decenni quei territori e dispone oggi di una rete di sostegno internazionale molto più solida rispetto al passato. La Francia ha avvicinato le sue posizioni a Rabat, il Regno Unito ha sostenuto la proposta marocchina sul Sahara, e gli USA mantengono un interesse strutturale nel rafforzare un alleato regionale serio. In questo contesto, la pretesa spagnola di congelare per sempre lo status quo appare sempre più come un privilegio storico, non come un principio giuridico indiscutibile.
Il fattore ebraico e la superiorità diplomatica marocchina
Anche sul piano simbolico, Rabat ha mostrato una sofisticazione che Madrid ha perso. Il regno marocchino ha investito nel recupero della propria eredità ebraica e ha aperto un dibattito politico e legislativo sul rafforzamento dei diritti di cittadinanza per i discendenti degli ebrei marocchini, inclusi molti sefarditi e israeliani di origine marocchina. È una scelta di civiltà e di strategia insieme: riconoscere una continuità storica e trasformarla in capitale diplomatico. La Spagna, che per anni ha usato la questione sefardita come gesto autocelebrativo, oggi appare molto meno credibile di Rabat nella costruzione di un rapporto reale con quel mondo.
Gibilterra e l'autolesionismo britannico
Il confronto con Londra è altrettanto rivelatore. L’accordo su Gibilterra ha mostrato come Madrid sappia usare la pressione europea per ottenere vantaggi materiali, soprattutto nel controllo dei flussi, della fiscalità e della logistica. Londra, sotto un governo laburista molto più accomodante verso Bruxelles, ha accettato un compromesso che offre alla Spagna un ruolo diretto nei controlli Schengen e una maggiore integrazione economica dell’area. In sostanza, il Regno Unito ha concesso accesso e stabilità per garantire continuità commerciale, approvvigionamenti alimentari e fluidità agricola nella regione. Madrid, ancora una volta, ha trasformato una disputa storica in una rendita strategica.
Il boomerang geopolitico di Sánchez
Ma la differenza tra Gibilterra e Ceuta-Melilla è che su queste ultime la Spagna non controlla più il quadro internazionale come un tempo. Qui non può invocare l’Europa senza aprire la porta a una domanda scomoda: perché la decolonizzazione vale per gli altri e non per lei? Perché il Sahara Occidentale dovrebbe essere letto in un modo e Ceuta in un altro? Perché Israele dovrebbe accettare prediche da un governo che mantiene proprie enclavi coloniali in Africa?
Sánchez ha creduto di poter accumulare capitale politico interno attaccando Israele e limitando l’uso delle basi americane contro l’Iran, senza costi strategici. È una lettura miope. Gli USA non dimenticano facilmente chi ostacola la loro proiezione militare nel Mediterraneo, e Israele non considera irrilevante l’attivismo spagnolo in favore dell’isolamento diplomatico di Gerusalemme. Quando un alleato diventa sistematicamente ostile, la risposta non arriva sempre con dichiarazioni pubbliche; spesso arriva con una ridefinizione silenziosa delle priorità.
Mettere Madrid all’angolo
Se Madrid vuole continuare a giocare la carta dell’antiamericanismo elegante e dell’antisionismo rispettabile, deve accettare che altri attori usino le sue stesse regole. Ceuta e Melilla non sono tabù metafisici; sono nodi geopolitici. E se la Spagna insiste nel brandire la decolonizzazione come arma selettiva, allora può ritrovarsi circondata proprio da quella logica.
Sarebbe una forma di giustizia storica. Non perfetta, ma politicamente efficace. E soprattutto meritata.



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